giovedì, Febbraio 26

Crans-Montana, i sopravvissuti seguono l’omaggio di Achille Lauro dal Niguarda

La musica può attraversare corridoi d’ospedale, infilarsi tra le porte socchiuse, diventare un filo sottile che tiene insieme ricordi e speranze. È successo durante la seconda serata del Festival di Sanremo 2026, quando sul palco dell’Ariston Achille Lauro ha cantato “Perdutamente”. In quel momento, davanti agli schermi del reparto grandi ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano, non c’erano spettatori qualsiasi.

C’erano i ragazzi italiani sopravvissuti all’incendio della discoteca Le Constellation di Crans-Montana, la notte di Capodanno. Una tragedia che ha causato 41 vittime, sei delle quali italiane. Tra loro Achille Barosi, Riccardo Minghetti, Emanuele Galeppini, Giovanni Tamburi, Chiara Costanzo e Sofia Prosperi. Nomi che, in quelle stanze, non sono numeri ma volti, amicizie, frammenti di vita condivisa.

Sanremo tra le stanze d’ospedale

Nel reparto grandi ustioni il Festival non è stato solo intrattenimento. È diventato un appuntamento atteso, quasi rituale. I televisori accesi nelle camere singole hanno scandito la serata come una pausa dalla fisioterapia, dalle medicazioni, dai controlli ai polmoni – la parte più delicata per chi ha respirato fumo e fiamme.

Quando è iniziata “Perdutamente”, in quelle stanze il silenzio era carico di significato. L’omaggio di Lauro non è stato percepito come un semplice momento televisivo, ma come un ponte diretto con quella notte e con chi non c’è più.

Lorenzo e il ricordo di Achille

Tra i ricoverati c’è Lorenzo, sedici anni, studente milanese dell’International School of Como. Era nel locale la sera dell’incendio. Si è salvato. Il suo amico Achille Barosi no. «È stato molto bello ed emozionante ricordarli», racconta la madre, Elisabetta. «Qui Sanremo si guarda insieme. Eravamo tutti sintonizzati».

Le regole del reparto sono rigide: camere singole, precauzioni severe. Eppure il gruppo non si è sciolto. I ragazzi si mandano messaggi vocali, commentano le esibizioni, si cercano da una stanza all’altra. «Ogni tanto apriamo le veneziane così riescono a vedersi da un corridoio all’altro», spiega la madre. Un gesto semplice, sollevare una tenda per qualche minuto, che diventa condivisione.

Un legame che non si spezza

Lorenzo e Achille Barosi si conoscevano da anni, tra vacanze sulla neve e stagioni a Crans-Montana. Le famiglie non si erano mai incontrate prima della tragedia, ma ora condividono un dolore che crea un legame profondo. «La mamma di Achille verrà qui a Niguarda per un caffè con noi», racconta Elisabetta.

Quando Lauro ha intonato il brano, Lorenzo ha ascoltato in silenzio. Sa cosa ha fatto la madre del suo amico quando ha cantato quelle parole davanti alla bara del figlio. Sa perché quel titolo, “Perdutamente”, ha assunto un significato diverso.

«L’altra notte ha sognato Achille», confida la madre. «Ha pianto un po’. Abbiamo pianto tutti e due».

Day by day

Le giornate in reparto sono scandite dalla riabilitazione e dalla cautela. Lorenzo non ha il telefono: «Le psicologhe hanno consigliato di evitare, andrebbe a cercare tutto». Le notizie arrivano filtrate dai genitori. Nel mezzo, richieste da sedicenne: un kebab appena potrà, il McDonald’s, il ritorno a scuola, i compagni che mandano video per dirgli che lo aspettano.

Quando la canzone è finita, nel reparto non ci sono stati applausi. Solo un messaggio vocale inviato piano da una stanza all’altra: «Ti è piaciuta?». È così che questi ragazzi tengono insieme ciò che resta. La musica, per qualche minuto, ha fatto spazio al dolore senza cancellarlo. Lo ha attraversato, in silenzio.

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