La guerra in Medio Oriente entra dentro le stanze del governo italiano con una forza che non lascia spazio a mezze misure. Mentre i missili iraniani continuano a piovere sui Paesi del Golfo e l’escalation si allarga di ora in ora, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha deciso di accelerare, convocando d’urgenza una riunione in videoconferenza che raduna attorno a un tavolo virtuale i vertici militari, i dirigenti dell’industria della difesa e i massimi responsabili degli armamenti nazionali.
Centotrentapersone collegate in contemporanea. Un numero che da solo dice molto sulla gravità del momento e sulla consapevolezza che qualcosa, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, potrebbe cambiare in modo irreversibile anche per l’Italia. Non si tratta di una riunione di routine, né di un incontro tecnico programmato da settimane. È una risposta diretta a una crisi che il ministro definisce senza giri di parole “drammatica”.
Il messaggio che Crosetto ha lanciato durante l’incontro è chiaro e insolito per il linguaggio istituzionale italiano: la burocrazia può diventare un nemico tanto quanto i missili. In un momento in cui le esigenze di sicurezza nazionale non possono aspettare i tempi delle procedure amministrative ordinarie, il sistema Paese deve cambiare passo. E deve farlo subito.
Ma c’è di più. Perché oltre alle parole del ministro, nelle ultime ore è circolata una ricostruzione dettagliata degli armamenti che l’Italia potrebbe effettivamente mettere a disposizione dei Paesi alleati sotto attacco nel Golfo Persico. Una lista che rivela quanto il nostro Paese sia coinvolto in questa crisi, molto più di quanto il dibattito pubblico sembri finora aver compreso. Vale la pena leggerla nel dettaglio.

















