mercoledì, Luglio 22

Decreto Sicurezza, il Quirinale frena sul bonus rimpatri

Una norma piccola, quasi tecnica, che ha innescato una crisi politica di prima grandezza. Il decreto Sicurezza torna sotto i riflettori non per le misure più discusse, ma per un emendamento che prevede un incentivo di 615 euro per gli avvocati che seguono una pratica di rimpatrio volontario, nel caso in cui i loro assistiti scelgano di tornare nel Paese d’origine. Una misura che il Quirinale sta guardando con attenzione crescente — e che, secondo quanto filtra da fonti vicine al Colle, difficilmente potrà essere firmata senza modifiche.

Mattarella aspetta, ma le criticità sembrano insormontabili

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Gli uffici legislativi del Quirinale hanno preso atto che la stessa maggioranza si è resa conto che il provvedimento va corretto. Il problema è che il tempo stringe: il decreto scade il 25 aprile — sabato — e manca ancora l’approvazione definitiva della Camera. Se venissero apportate modifiche, il testo dovrebbe tornare al Senato, con il rischio concreto di non fare in tempo prima della scadenza.

Secondo quanto filtra, Mattarella starebbe aspettando che dal Parlamento arrivi una soluzione all’impasse. Il Capo dello Stato, come viene fatto notare, parla con gli atti: deciderà quando il testo sarà sul suo tavolo. Ma l’impressione che emerge è che le criticità siano in questo caso insormontabili, e che firmare il via libera all’attuale testo senza modifiche sarebbe difficile da giustificare. Il motivo è sostanziale: la norma inciderebbe sul diritto di difesa, contrastando con princìpi costituzionali fondamentali.

Cosa prevede la norma e perché fa discutere

L’emendamento, fortemente voluto da FdI e Lega, nasce da un ragionamento apparentemente logico: oggi l’avvocato viene pagato dallo Stato solo se il proprio assistito fa ricorso contro l’espulsione e va a giudizio. Se invece convince il cliente ad accettare il rimpatrio volontario — che sarebbe meno costoso per lo Stato e meno traumatico per il migrante — non riceve nulla. La norma colmerebbe questo vuoto introducendo un compenso extragiudiziale di 615 euro.

Il problema, sollevato da costituzionalisti, dal Consiglio Nazionale Forense e ora anche da parte della stessa maggioranza, è che un sistema del genere potrebbe trasformare l’avvocato difensore in uno strumento della volontà governativa, creando un conflitto d’interessi strutturale con il suo assistito.

Forza Italia tenta la via dell’ordine del giorno

Nel centrodestra la spaccatura è evidente. Il neo capogruppo di Forza Italia Enrico Costa ha annunciato la presentazione di un ordine del giorno per intervenire sulla norma, assicurando che “questa norma non entrerà in vigore senza regole attuative”. Una soluzione che però, secondo le valutazioni che filtrano dal Quirinale, potrebbe non essere sufficiente a superare le obiezioni di carattere costituzionale.

Schlein all’attacco: “La linea la dettano Casapound e Vannacci”

Le opposizioni sono sul piede di guerra. La segretaria del Pd Elly Schlein ha scelto toni durissimi: “Il centrodestra è in stato confusionale, i partiti della maggioranza sono tutti occupati a risolvere i loro guai e beghe interne, mentre la linea al governo provano a dettarla Casapound e Vannacci”. E ha aggiunto una critica di merito che tocca il cuore costituzionale della questione: “Il governo tenta di costringere gli avvocati a farsi esecutori della volontà politica, minando il principio costituzionale del diritto alla difesa. Va ricordato a Meloni che gli avvocati sono chiamati a difendere i diritti del proprio assistito, non del governo di turno”.

Il conto alla rovescia

Il quadro è quello di un governo in difficoltà su un provvedimento che avrebbe dovuto essere una bandiera. FdI e Lega insistono che la norma non vada cambiata. Forza Italia cerca una via di uscita morbida. Il Quirinale osserva in silenzio ma con attenzione. L’opposizione attacca. E il 25 aprile si avvicina senza che nessuno sembri avere una soluzione chiara sul tavolo.