Dopo quarantanove anni di detenzione ininterrotta, Domenico “Micu” Papalia ha lasciato il carcere di Parma. L’81enne, considerato dalla magistratura uno dei principali esponenti storici della ‘ndrangheta tra la Calabria e la Lombardia, ha ottenuto il differimento della pena con la concessione degli arresti domiciliari per motivi di salute.
Il provvedimento è stato disposto dal Tribunale di Sorveglianza dopo il peggioramento delle condizioni cliniche del detenuto, affetto da un carcinoma e da altre gravi patologie. Papalia è stato trasferito in ambulanza nella propria abitazione di Corsico, dove proseguirà le cure.
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Una delle detenzioni più lunghe della storia italiana

Con la sua uscita dal carcere si conclude una delle più lunghe detenzioni della storia repubblicana. Arrestato nel 1977, Papalia è stato protagonista di numerosi procedimenti giudiziari legati alla criminalità organizzata.
Nato a Platì, in Calabria, nel 1945, insieme ai fratelli Antonio e Rocco si trasferì nel Nord Italia durante gli anni Sessanta. Secondo numerose sentenze e ricostruzioni investigative, la famiglia contribuì al radicamento della ‘ndrangheta nell’area sud-occidentale di Milano, in particolare nel territorio di Buccinasco.
Le condanne definitive
Nel corso della sua lunga vicenda giudiziaria Papalia è stato coinvolto in diversi processi. Una delle prime condanne, relativa all’omicidio del boss Antonio D’Agostino, è stata successivamente annullata con assoluzione nel 2017 dalla Corte d’Assise d’Appello di Perugia.
La sua posizione detentiva, tuttavia, non è cambiata perché nel frattempo erano diventate definitive altre due condanne all’ergastolo: una come mandante dell’omicidio dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, assassinato nel 1990, e l’altra per l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, avvenuto a Milano nel 1983.
Papalia ha sempre respinto ogni addebito relativo a questi fatti, mentre le sentenze definitive si sono fondate sulle dichiarazioni convergenti di più collaboratori di giustizia.
Il percorso svolto durante la detenzione
Durante i quasi cinquant’anni trascorsi in carcere, Domenico Papalia ha seguito un lungo percorso trattamentale. Entrato in istituto senza aver completato gli studi, ha conseguito il diploma, frequentato corsi universitari e partecipato ai laboratori rieducativi promossi dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”.
Nel corso degli anni ha inoltre scritto lettere rivolte agli studenti del suo paese d’origine, Platì, nelle quali ha raccontato la propria esperienza e riflettuto sugli errori commessi in passato. Secondo il Tribunale di Sorveglianza, questi elementi hanno contribuito a delineare un percorso di cambiamento personale, senza mettere in discussione la gravità dei reati per i quali è stato condannato.
Una decisione destinata a far discutere
La concessione degli arresti domiciliari è stata motivata esclusivamente dalle gravi condizioni di salute dell’81enne, ritenute compatibili con la prosecuzione della pena al di fuori dell’istituto penitenziario.
La vicenda riporta al centro del dibattito temi delicati come la funzione rieducativa della pena, il diritto alle cure dei detenuti gravemente malati e il trattamento riservato ai condannati per reati di criminalità organizzata. Un confronto destinato a proseguire anche dopo il ritorno di Papalia nella sua abitazione di Corsico.