Ci sono eventi che lasciano dietro di sé un dolore troppo grande per essere spiegato con una sola frase. La tragedia avvenuta a Catanzaro, dove una donna si è lanciata dal balcone trascinando con sé i propri figli, ha riaperto uno dei temi più delicati che riguardano il rapporto tra sofferenza psicologica, isolamento e narrazione pubblica.
Nelle ore successive al dramma, mentre il Paese cercava di comprendere cosa potesse aver portato a un gesto tanto estremo, è arrivato l’intervento dello psichiatra Paolo Crepet, che ha scelto parole molto nette per commentare il modo in cui simili episodi vengono spesso raccontati.
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“Non dite fesserie”
Secondo Crepet, parlare di un semplice gesto d’impeto rischia di banalizzare completamente quanto accaduto. Lo psichiatra ha respinto con decisione l’idea che una tragedia di questa portata possa essere liquidata come un improvviso raptus.
Per Crepet, definire in questo modo un episodio così drammatico significa ridurre un percorso di sofferenza a un solo istante, ignorando tutto ciò che può essersi accumulato nel tempo. Dietro una scelta estrema, spiega, non esiste quasi mai un solo momento improvviso, ma un dolore che può crescere in silenzio per settimane, mesi o persino anni.
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Il tema della solitudine
Al centro della riflessione dello psichiatra c’è soprattutto il tema della solitudine. Non soltanto quella fisica, ma quella emotiva, spesso invisibile, che può colpire anche chi vive circondato dalla famiglia e da una vita apparentemente normale.
Secondo Crepet, molte persone riescono a nascondere un disagio profondo dietro una quotidianità ordinaria. Proprio per questo, il rischio è che il dolore non venga riconosciuto in tempo da chi sta accanto.
La vera domanda, secondo il medico, non dovrebbe essere soltanto cosa sia accaduto in quegli ultimi minuti, ma quali segnali possano essere stati ignorati prima di arrivare a un epilogo così devastante.
Una critica al modo di raccontare questi drammi
Crepet ha anche puntato il dito contro il linguaggio utilizzato dopo tragedie di questo tipo. Espressioni come “era una donna tranquilla”, “era molto religiosa” o “nessuno poteva immaginarlo”, secondo lui, rischiano di diventare formule automatiche che non aiutano davvero a comprendere il problema.
Il pericolo, sostiene, è trasformare una vicenda complessa in una narrazione superficiale che consola momentaneamente l’opinione pubblica ma impedisce di affrontare il nodo reale: la fragilità psicologica che può restare nascosta fino all’ultimo.
Un dolore che interroga tutti
Le parole dello psichiatra hanno acceso un dibattito che va oltre il singolo caso. Ogni volta che si verifica una tragedia simile, il confine tra cronaca e riflessione collettiva diventa inevitabile. Comprendere il disagio mentale, riconoscere i segnali e costruire reti di sostegno più forti resta una delle sfide più difficili per la società contemporanea.
Per Crepet, fermarsi alla parola raptus significa chiudere troppo in fretta una domanda che invece dovrebbe restare aperta: quante sofferenze continuano a rimanere invisibili fino a quando non è troppo tardi.