Attilio Fontana non esclude un passo indietro di Matteo Salvini. In un’intervista al Corriere della Sera, il presidente della Regione Lombardia e storico dirigente del Carroccio chiede di rivedere “in modo sostenibile ed effettivo” l’impostazione del partito, e alla domanda diretta su un possibile ridimensionamento del segretario risponde: “Nessuna soluzione va esclusa a priori”.
È il passaggio che ha fatto rumore. Ma per capire cosa sta succedendo davvero nella Lega conviene guardare a ciò che Fontana chiede, più che a ciò che non esclude.
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Non le dimissioni: la forma del partito

Il governatore lombardo non ha chiesto le dimissioni del segretario, e la distinzione non è un dettaglio. La sua richiesta riguarda l’architettura del partito: passare da una leadership personale a una leadership collettiva, valorizzando competenze e sensibilità diverse. “La Lega è diversa: può offrire una squadra forte”, sostiene.
In un movimento costruito storicamente sulla centralità del capo, è una proposta più radicale di quanto sembri. Significa chiedere al segretario di condividere un potere che nella tradizione del partito non è mai stato condiviso.
Fontana sta lavorando, insieme ad altri esponenti, a un’associazione “larga e aperta”, pensata come spazio di confronto su modernizzazione dello Stato, federalismo, autonomia delle amministrazioni locali, politica industriale e rapporto con il mondo produttivo. Alla domanda se possa preludere a un nuovo soggetto politico, risponde di non avere la sfera di cristallo: l’obiettivo immediato, precisa, è la discussione.
Il precedente: il direttivo del 7 agosto
L’uscita non arriva dal nulla. Il malessere è esploso pubblicamente nel direttivo della Lega lombarda tenuto nella sede di via Bellerio a Milano: secondo quanto trapelato, circa venti interventi su trenta sono stati critici nei confronti del segretario, con le posizioni più dure espresse da esponenti delle province storicamente più forti — Brescia, Bergamo, Varese.
Dal direttivo è arrivata la richiesta di poteri più collegiali e di una Lega che si presenti come squadra, puntando su Giancarlo Giorgetti, sui governatori attuali e passati — Luca Zaia compreso — e sugli amministratori con maggiore radicamento territoriale. Insieme a Fontana, il principale promotore è il coordinatore regionale e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo.
Più esplicito di tutti è stato Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, che in un’intervista a Repubblica ha chiesto apertamente le dimissioni dalla segreteria, pur senza mettere in discussione l’impegno personale del leader.
La risposta di Salvini
Il segretario ha già replicato, e in modo netto. Dal palco del Caffè della Versiliana, a Marina di Pietrasanta, ha tracciato il confine: “Ben vengano le riflessioni ma la Lega è il partito del nord, del centro, del sud”. E su chi la pensa diversamente: “viva la democrazia. Però non è il partito”.
Non ha nominato nessuno, ma il destinatario era evidente. Il messaggio è che la Lega coincide con il partito nazionale che lui stesso ha voluto, e che la fronda rappresenta se stessa.
In difesa del segretario si sono schierati il senatore Claudio Borghi, che ha ricordato l’elezione all’unanimità nel congresso dell’anno scorso, la ministra Alessandra Locatelli, il segretario dei Giovani Luca Toccalini e il capogruppo in Lombardia.
Il nodo dei numeri
Alla base del malessere ci sono i consensi. Il confronto che circola in questi giorni — dal 34% al 5% — mette insieme due consultazioni diverse: il 34,3% è il risultato delle Europee 2019, il dato attorno al 5% è quello delle rilevazioni attuali. Non è un paragone omogeneo, ma la direzione del movimento non è in discussione, e la crescita di Futuro Nazionale nella stessa area politica ha reso il quadro più pressante.
Nell’intervista Fontana richiama proprio il percorso di Roberto Vannacci: passato in poco tempo da autore di un libro a vicesegretario della Lega e poi protagonista di un cambio di impostazione. Un esempio, secondo il governatore, di quanto rapidamente cambino gli equilibri.
Cosa succede adesso
Fontana rivendica alcuni risultati del governo — la credibilità internazionale dell’esecutivo, quella finanziaria legata a Giorgetti — ma sostiene che alcune decisioni mancate penalizzino i territori, con un riferimento specifico alle Zone economiche speciali e al rischio che imprese e occupazione si spostino altrove.
Il vero appuntamento è Pontida, tradizionale momento di mobilitazione del partito, che quest’anno arriverà con la fronda ancora aperta. Sarà lì, più che nelle interviste di agosto, che si misurerà il peso reale delle due posizioni.