Il dato specifico è questo: al 18 marzo 2026, il livello di gradimento di Giorgia Meloni rilevato dal sondaggio di Piazzapulita si attesta al 41,4%. Rispetto alla settimana precedente, l’incremento è di 3,9 punti percentuali — un salto che in gergo tecnico si definisce statisticamente significativo, perché supera abbondantemente il margine di errore tipico dei rilevamenti demoscopici.
Il confronto con il picco negativo rende il recupero ancora più clamoroso: il consenso era scivolato fino al 37,5%, un dato che aveva alimentato settimane di analisi e interrogativi sulla tenuta del consenso della premier in un momento di forte pressione su più fronti. Quella discesa aveva coinciso con le polemiche più accese sulla gestione della crisi iraniana, sulle tensioni interne alla coalizione e sulle fibrillazioni legate al caso Cirielli e all’incontro con l’ambasciatore russo. Adesso, in sette giorni, quasi quattro punti recuperati.
Gli altri leader monitorati dal sondaggio restano invece stabili, senza variazioni significative in nessuna direzione — né positive né negative. Un quadro di sostanziale immobilismo che rende il movimento di Meloni ancora più evidente per contrasto. Quando tutti stanno fermi e uno solo si muove di quasi quattro punti, il dato non può essere ignorato.
Cosa può spiegare il rimbalzo così rapido
Le cause di un recupero così veloce sono difficili da isolare con certezza, ma il contesto delle ultime settimane offre più di un’ipotesi plausibile. Meloni ha vissuto giorni di intensa visibilità su più fronti contemporaneamente. Sul fronte internazionale ha firmato il piano a sei per Hormuz insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, ha guidato la delegazione italiana al Consiglio europeo di Bruxelles e ha affrontato il tema migratorio con la premier danese Frederiksen. Sul fronte interno ha partecipato personalmente alla campagna per il Sì al referendum, compresa la famosa ospitata al Pulp Podcast di Fedez — una scelta comunicativa insolita per una presidente del Consiglio, che ha generato un’enorme copertura mediatica.
C’è poi una dinamica più profonda che i sondaggisti conoscono bene: nei momenti di crisi internazionale percepita come grave — e la guerra in Iran lo è senz’altro — gli italiani tendono a stringersi attorno a chi governa, rafforzando temporaneamente la percezione di leadership solida. Un fenomeno noto come “rally around the flag”, che può produrre picchi di consenso anche indipendentemente dalle posizioni specifiche del governo sulla crisi in corso.
Il referendum come test politico: il timing non è casuale
Il dato arriva in un momento in cui il referendum sulla giustizia viene letto da tutti — maggioranza e opposizione — come un banco di prova politico ben oltre il merito tecnico della riforma. Una vittoria del Sì sarebbe presentata da Meloni come un mandato popolare per la riforma Nordio e come una conferma della sua leadership. Una vittoria del No — o peggio, il mancato raggiungimento di un’affluenza significativa — sarebbe letta come una sconfitta politica dell’intero centrodestra.
In questo scenario, arrivare alla vigilia del voto con quasi quattro punti di gradimento in più rispetto alla settimana precedente è un segnale che il governo non può che accogliere con soddisfazione. Resta però da capire quanto questo recupero sia strutturale — legato cioè a un reale rafforzamento del consenso — e quanto invece sia congiunturale, destinato a ridimensionarsi non appena l’intensità mediatica del momento si allenterà. I sondaggi sul gradimento, com’è noto, sono fotografie istantanee: dicono dove si è oggi, non necessariamente dove si sarà domani.















