La riforma al centro del referendum – sostenuta dal centrodestra – riguarda l’ordinamento giudiziario e la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Nei primi mesi, il fronte del Sì sembrava godere di un vantaggio più ampio. La narrazione puntava su parole chiave come “equilibrio”, “imparzialità” e “superamento delle correnti nel Csm”.
Con il passare delle settimane, però, il fronte del No ha intensificato la mobilitazione, concentrando la comunicazione su temi come l’autonomia della magistratura e il rischio di indebolimento delle garanzie costituzionali. Il risultato è un riequilibrio che nessuno, all’inizio della campagna, avrebbe previsto con questa rapidità.
L’incognita degli indecisi
Il dato forse più rilevante è quello degli indecisi: circa il 19% degli intervistati non ha ancora espresso una scelta definitiva. Un bacino ampio, in grado di ribaltare nuovamente il quadro nelle ultime settimane.
Anche l’affluenza stimata, intorno al 42%, lascia spazio a molte variabili. In un referendum privo di quorum, la partecipazione diventa un fattore strategico: mobilitare il proprio elettorato può essere determinante quanto convincere gli indecisi.
Un voto dal forte peso politico
Al di là del merito tecnico della riforma, il referendum assume un valore politico evidente. Per il governo rappresenta un passaggio simbolico sulla giustizia, tema identitario per una parte consistente della maggioranza. Per le opposizioni, invece, è un terreno di confronto diretto con l’esecutivo, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.
La rimonta del No, dunque, non è soltanto un dato statistico. È un segnale politico che obbliga entrambi i fronti a rivedere strategie e messaggi. Il Sì è chiamato a recuperare consenso, mentre il No deve consolidare il vantaggio senza dare per scontato un risultato che resta appeso a pochi punti.
La partita resta apertissima
A trenta giorni dal voto, il referendum giustizia 2026 si conferma una sfida equilibrata. Nessun esito appare definitivo. La campagna entrerà ora nella fase più intensa, con un’attenzione crescente da parte dei media e dei partiti.
Se il trend attuale verrà confermato, il 22 e 23 marzo potrebbero riservare un risultato tutt’altro che scontato. In un contesto polarizzato e con un numero consistente di indecisi, ogni intervento pubblico, ogni dibattito televisivo e ogni mobilitazione territoriale potrebbe spostare l’ago della bilancia.
La fotografia scattata oggi racconta una rimonta. Ma il verdetto finale dipenderà da chi, nelle prossime settimane, riuscirà a convincere – e soprattutto a portare alle urne – il proprio elettorato.
















