venerdì, Luglio 3

Sport in lutto, se ne andato un mito

Sport in lutto, se ne andato un mito

Leggi anche:Wimbledon, malore in campo per Learner Tien: pane durante il match e una notte in ospedale – VIDEO

Leggi anche:Bastoni indagato per prostituzione minorile, l’inchiesta escort di Milano: il legale respinge le accuse

Leggi anche:Inchiesta escort a Milano, Bastoni indagato per prostituzione minorile: il difensore dell’Inter nega, la ragazza smentisce il rapporto

Se ne è andato così, senza rumore, come sempre. Ma con lui se ne va una scuola antica di presenza, un’idea di dedizione silenziosa, una forma alta di amicizia.

Fabrizio Borra, il fisioterapista silenzioso che ha curato i corpi e ascoltato le anime

Fabrizio Borra non era il tipo da cercare i riflettori. Preferiva restare sullo sfondo, sempre un passo indietro rispetto ai protagonisti.

Eppure, la sua presenza era essenziale, quasi magnetica. Non si imponeva mai, entrava nella vita degli altri con discrezione, con il rispetto profondo di chi conosce il dolore e sa che non va mai forzato. Non era né psicologo né sacerdote, ma aveva una sensibilità rara: sapeva quando parlare, e soprattutto sapeva quando tacere. I suoi silenzi erano terapeutici quanto le sue mani esperte, che sapevano ascoltare il corpo come pochi altri. .

La perdita di un punto di riferimento

Il 10 maggio 2025, a 64 anni, è morto a Forlì Fabrizio Borra, uno dei fisioterapisti più stimati in Europa. Non solo per le sue competenze tecniche, ma per la profonda umanità con cui svolgeva il suo lavoro. Era nato a Brescia nel 1961, ma da tempo aveva scelto l’Emilia-Romagna come sua casa: una terra che per lui non era solo un luogo fisico, ma un rifugio dell’anima. A Forlì aveva costruito non solo il suo studio, ma anche un laboratorio umano dove accoglieva sportivi, artisti e persone comuni.

Una leggenda silenziosa nel mondo dello sport

Nel mondo dello sport, il nome di Fabrizio Borra è sinonimo di fiducia e rinascita. Una delle storie più toccanti è quella con Marco Pantani. Dopo il terribile incidente alla Milano-Torino del 1996, fu proprio Borra ad aiutare il “Pirata” a tornare in sella, restituendogli non solo il corpo, ma anche un pezzo di sé stesso. Non lo abbandonò neppure quando il ciclismo era ormai un ricordo per Pantani. Questo atteggiamento lo ha contraddistinto per tutta la sua carriera: non era lì solo per curare, ma per accompagnare, per esserci.

 

Negli anni ha seguito atleti di calibro internazionale: Fernando Alonso, Michael Schumacher, Andrea Dovizioso. Nel ciclismo ha messo le sue mani esperte a disposizione di campioni come Mario Cipollini, Paolo Bettini, Elia Viviani, e più recentemente Tadej Pogacar, dopo la dura caduta alla Liegi-Bastogne-Liegi del 2023.

 

Un artigiano del corpo, un amico dell’anima

Borra non era solo un professionista della riabilitazione. Era molto di più. Era una presenza discreta ma costante, una figura capace di raccogliere i frammenti emotivi che accompagnano un infortunio, una sconfitta, un crollo psicologico. Quando un atleta si rivolgeva a lui, non cercava solo un trattamento fisico, ma una guida, un alleato, un luogo sicuro.

 

Non prometteva soluzioni rapide né guarigioni miracolose. Lavorava con il tempo, con la verità, con l’ascolto. Credeva che il corpo, per guarire davvero, avesse bisogno di sincerità, non di scorciatoie. È stato vicino anche a leggende del basket come Bob McAdoo e al campione dell’alto Gianmarco Tamberi, che gli aveva dedicato la vittoria agli Europei di Roma. Tutti, in un modo o nell’altro, sono stati toccati dal suo metodo unico, fatto di rispetto e profondità.

Anche il mondo dello spettacolo si affidava a lui

Fabrizio Borra non era conosciuto solo nel mondo sportivo. Anche il mondo dello spettacolo si è aggrappato alla sua umanità. Attori, comici e musicisti trovavano in lui un punto di equilibrio. Roberto Benigni, Fiorello e Jovanotti sono solo alcuni dei nomi che si sono affidati alle sue cure.

Particolarmente significativa è stata la testimonianza di Jovanotti, che lo ha definito “l’uomo che mi tiene sul palco”. Dopo il grave incidente in bici nella Repubblica Dominicana, fu proprio Borra a seguirlo nel lungo percorso di riabilitazione, passo dopo passo, senza mai cercare i riflettori, come era nel suo stile.

Un approccio personalizzato, sempre

Quello che rendeva unico Fabrizio Borra era la sua capacità di adattarsi a ogni persona. Non aveva una formula universale, una tecnica da applicare indistintamente. Ogni incontro era nuovo, ogni paziente un mondo da esplorare con attenzione e rispetto. Sapeva che ogni dolore ha la sua radice e che ogni storia merita di essere ascoltata senza giudizio. Questo lo rendeva speciale: un vero e proprio artigiano dell’anima, oltre che del corpo.

L’ultimo a uscire, sempre

Chi ha avuto il privilegio di lavorare con lui, lo ricorda spesso come l’ultimo ad andarsene. Rimaneva nella stanza anche dopo che tutti se ne erano andati, con un asciugamano in mano e un pensiero ancora da completare. Non era un amante dei social media, non aveva un sito pieno di foto o recensioni. La sua pubblicità era il passaparola, la stretta di mano, la riconoscenza sincera di chi aveva ricevuto qualcosa di prezioso.

Era un poeta dell’ascolto, in un mondo che corre veloce e che urla per farsi notare. Lui, invece, sussurrava. E proprio in quei sussurri risiedeva la sua forza.

Un’eredità profonda e difficile da insegnare

Oggi, con la sua scomparsa, tanti si rendono conto di quanto fossero importanti quei piccoli gesti, quelle parole lente, quelle attese piene di senso. Fabrizio Borra lascia un’eredità che non si insegna nelle scuole: la capacità di esserci davvero. Di sostenere senza invadere. Di curare senza pretendere. Di dire “ci sono” anche quando nessuno ti guarda più.

Se n’è andato come ha vissuto: in silenzio, senza clamore. Ma dietro di sé lascia un vuoto colmo di gratitudine, di storie salvate, di vite rimesse in cammino.