Dopo dieci anni e mezzo di reclusione, Alberto Stasi ha lasciato definitivamente il carcere di Bollate. È uscito attorno alle dieci e mezza di sabato mattina, il tempo necessario per firmare i documenti e raccogliere gli effetti personali. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto la richiesta di affidamento in prova per il 42enne, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, aprendo per lui una fase di maggiore libertà di movimento.
Le motivazioni dei giudici

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Nelle motivazioni, il Tribunale ha descritto un comportamento che “non difetta di maturità e consapevolezza”, definendo Stasi estraneo a contesti, logiche e subculture di stampo criminale. Secondo i giudici, l’uomo avrebbe accettato una condanna che ritiene ingiusta senza però vivere l’istituzione come un nemico, mostrando di aver compreso la gravità del reato.
Viene inoltre sottolineato come Stasi abbia sempre manifestato empatia e sofferenza per la vittima e abbia mantenuto un profilo basso, evitando ulteriori interviste. Per i giudici ha dato prova di equilibrio e resilienza nel fronteggiare l’emotività legata alla riapertura dell’indagine e all’eccezionale esposizione mediatica che ne è seguita, proseguendo senza sbavature il percorso di semilibertà.
L’udienza e l’uscita da Bollate
L’udienza decisiva si è svolta venerdì pomeriggio. Il Tribunale si è riservato, depositando il provvedimento sabato mattina, subito trasmesso all’istituto di pena. Rapide le formalità burocratiche e altrettanto l’uscita di Stasi, che ha evitato il cancello principale scegliendo un varco laterale più defilato.
Prima di andarsene, ha salutato gli altri detenuti, il personale carcerario e il direttore dell’istituto. Ha raccolto i propri vestiti e oggetti in tre valigie, lasciando a chi resta un ventilatore e un piccolo frigorifero. Un gesto con cui ha voltato pagina dopo oltre un decennio dietro le sbarre.
Il primo abbraccio con la madre
Rientrato a casa, in un’abitazione che non si trova più a Garlasco, la prima persona che Stasi ha riabbracciato è stata la madre, Elisabetta Ligabò, protetta fino all’ultimo e tenuta all’oscuro dell’udienza alla Sorveglianza. Un momento intimo, di cui il legale Antonio De Rensis ha scelto di non riferire i dettagli, ribadendo il riserbo che da sempre caratterizza il suo assistito.