Garlasco non è soltanto un luogo, ma un metodo investigativo che ritorna ogni volta che una verità viene accettata troppo in fretta.
A Roma esiste un caso che, a distanza di ventisei anni, continua a sollevare interrogativi simili. È quello della morte di Paolo Ungari, giurista di diritto pubblico e costituzionale, figura di primo piano dell’establishment accademico e istituzionale italiano, la cui fine è stata archiviata come incidente nel 1999. Oggi, alla luce di nuovi elementi e delle moderne tecnologie, si torna a parlare di una possibile riapertura delle indagini.
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Chi era Paolo Ungari e il contesto della sua morte
Paolo Ungari
non era un accademico qualunque. Preside della Facoltà di Scienze Politiche della Luiss, presidente della Commissione per i diritti umani presso la Presidenza del Consiglio e riferimento italiano della Lega dei diritti dell’uomo, aveva costruito la propria carriera sull’analisi dei limiti del potere e sulla tutela delle libertà fondamentali. Il 3 settembre 1999 muore precipitando nella tromba dell’ascensore di un palazzo nel quartiere Campitelli, a pochi passi dal Campidoglio.
Resta agonizzante per ore, senza che nessuno lo soccorra. Il corpo viene ritrovato soltanto due giorni dopo. La Procura archivia il caso come incidente, ma la dinamica non ha mai convinto i familiari.
Le anomalie tecniche mai chiarite
Tutte le perizie tecniche convergono su un punto essenziale: con la cabina ferma, le porte dell’ascensore non dovrebbero potersi aprire. I sistemi di sicurezza sono progettati proprio per impedire l’accesso al vano in assenza della cabina.
Eppure Ungari finisce nella tromba dell’ascensore, senza testimoni. Nei verbali emergono elementi anomali come chiavi di manovra scomparse, interventi compatibili con azioni non accidentali e posizionamenti di referti inconciliabili con la ricostruzione ufficiale. Tutti elementi annotati, ma mai diventati il fulcro dell’indagine.
Il fattore tempo e la scena mai cristallizzata
Il tempo è uno dei nodi centrali della vicenda. Dopo l’ultima riunione, conclusa alle 19.55 del 3 settembre, Ungari scompare. La famiglia, impegnata in Maremma per un matrimonio imminente, lancia l’allarme solo il giorno successivo.
Il sabato una ditta specializzata non riesce a intervenire perché le chiavi del vano ascensore risultano introvabili. Ricompaiono soltanto il lunedì mattina. Quando il 6 settembre il corpo viene rinvenuto, le pareti del vano sono sporche di sangue, segno che la morte non è stata immediata. Ma il ritardo ha già compromesso la possibilità di una ricostruzione scientifica rigorosa.
Appunti scomparsi e dettagli inquietanti
La vicenda fu seguita con attenzione dal giornalista Alfredo Vaccarella, che denunciò il furto di un bloc-notes contenente appunti sul caso, sottratto dal bauletto chiuso del suo scooter. A questo si aggiungono altri elementi rimasti senza risposta: il pertugio di circa 48 centimetri da cui il professore sarebbe precipitato, difficilmente compatibile con la sua corporatura; la fretta con cui la Digos chiuse il fascicolo; la mancanza di spiegazioni tecniche convincenti.
Dettagli che non hanno mai trovato una collocazione coerente.
Relazioni, viaggi e documenti mai ritrovati
Il profilo di Ungari rende la vicenda ancora più delicata. Era in contatto con figure centrali della Prima Repubblica, da Bettino Craxi a Giulio Andreotti, fino a Giovanni Spadolini, profondamente colpito dalla sua morte.
Pochi giorni prima del decesso era rientrato dalla Colombia con alcuni rapporti che, secondo quanto riferito, riguardavano il traffico di droga tra Italia e Sud America. Documenti che avrebbe dovuto consegnare il 6 settembre a un giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo. Quella cartella, però, viene ritrovata inspiegabilmente vuota.
Oggetti fuori posto e testimonianze mancanti
Un altro elemento che alimenta i dubbi è il ritrovamento di un vaso di cristallo, regalo di nozze per la figlia della moglie, trovato intatto sul pianerottolo del secondo piano insieme alla cartella vuota.
Le perizie collocano però la caduta dal terzo piano. A ciò si sommano deposizioni che non collimano e testimonianze mai acquisite, contribuendo a un quadro frammentario e incompleto.
La richiesta di riaprire il caso
Il 14 gennaio scorso la famiglia Ungari ha presentato alla Procura di Roma una richiesta formale di riapertura del caso, alla luce di nuovi elementi. Non si chiede una verità precostituita, ma una ricostruzione piena del contesto in cui Paolo Ungari operava: relazioni, interlocuzioni, eventuali monitoraggi. Non solo gli archivi giudiziari, ma anche quelli degli apparati.
Perché il “metodo Garlasco” non è la menzogna, ma la rinuncia a esplorare fino in fondo le piste alternative. E Roma, su queste storie, conserva una memoria lunga ma selettiva.