martedì, Agosto 11

Doccia fredda dal Cremlino: salta l’incontro, garanzie a Kiev “controllate” da Mosca

Doccia fredda dopo l’Alaska

Dopo le giornate di annunci e ottimismo prudente seguite al vertice di Anchorage tra Donald Trump e Vladimir Putin, da Mosca arriva la smentita che riporta il dossier Ucraina al punto di partenza. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha chiarito che il presidente russo è disponibile a vedere Volodymyr Zelensky solo al termine di un negoziato già concluso, per siglarne l’esito. Niente colloquio “per trattare”, dunque, ma solo un faccia a faccia a accordo fatto.

Il vertice Putin–Zelensky? Solo a intesa già chiusa

Secondo Lavrov, a oggi Mosca intende semplicemente proseguire i contatti “sul solco di Istanbul”, con un possibile innalzamento del livello delle delegazioni per includere capitoli politici oltre a quelli militari. Ma qualsiasi incontro tra i due leader richiederebbe una “preparazione approfondita” e avrebbe senso solo per “mettere il punto finale”. Una linea che ripete la posizione già usata in passato per rinviare sine die l’ipotesi di un summit diretto con Kiev.

Garanzie di sicurezza: Mosca rivendica il potere di veto

Il passaggio più significativo riguarda le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Mentre a Washington si era iniziato a lavorare su un pacchetto occidentale (USA–UE) che escludesse l’ingresso nella NATO ma offrisse tutele effettive, Lavrov ha sostenuto che ogni garanzia dovrebbe essere “approvata da Mosca”, di fatto svuotandone l’efficacia in caso di nuove aggressioni. Il capo della diplomazia russa ha anche evocato un ruolo alla pari per la Cina tra i garanti, insistendo sulla formula della “sicurezza indivisibile”.

Una pretesa che riporta alla memoria il Memorandum di Budapest del 1994 — già violato dalla Russia — e che collide con l’idea, circolata dopo Anchorage, di un meccanismo occidentale credibile e autonomo, a regia USA–Europa, per dissuadere future offensive.

Il ruolo di Washington e dei partner europei

Nei colloqui di inizio settimana a Washington, la Casa Bianca aveva spinto per definire una cabina di regia USA–UE–Ucraina sulle garanzie, con un coinvolgimento operativo americano soprattutto sul fronte aereo, mentre diverse capitali europee discutevano la possibilità di una missione di sicurezza sul terreno. L’impostazione puntava a offrire a Kiev tutele tangibili prima ancora di affrontare l’eventuale capitolo territoriale.

Obiettivo del Cremlino: allentare la pressione

Alla luce delle dichiarazioni di Lavrov, il “successo” dell’Alaska appare quantomeno tattico per Mosca: restare nel processo per diluire i tempi, smorzare l’irritazione di Trump per l’assenza di un cessate il fuoco e scongiurare nuove sanzioni secondarie (anche verso partner come l’India), senza cedere sugli elementi sostanziali. Nel frattempo, sul campo, il Cremlino continua a chiedere il ritiro ucraino dal Donbass come precondizione, senza offrire in cambio né restituzioni né garanzie credibili a lungo termine.

Che cosa aspettarsi adesso

Se Washington confermerà la linea sulle garanzie, il confronto entrerà in una fase di stress test: o si costruisce un ombrello di sicurezza realmente autonomo e deterrente, oppure l’intero impianto rischia di impantanarsi sul veto russo. Il trilaterale Putin–Zelensky–Trump, evocato nei giorni scorsi, oggi torna a essere un’ipotesi distante. Restano sul tavolo forme di pressione economica e diplomatica, mentre Kiev chiede di non abbandonare la leva sanzionatoria e di accelerare sulle tutele, unica base su cui poter discutere eventuali compromessi senza scambiare pace con vulnerabilità.