martedì, Luglio 28

Federica Torzullo, la criminologa spiega perché i genitori di Carlomagno hanno deciso di farla finita

Alla tragedia del femminicidio di Federica Torzullo si è aggiunto, a distanza di pochi giorni, un nuovo evento sconvolgente: il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno, reo confesso dell’omicidio della moglie. Un epilogo che ha lasciato attoniti non solo gli investigatori, ma anche l’opinione pubblica, chiamata ora a confrontarsi con una vicenda che assume i contorni di una tragedia familiare totale.

A offrire una chiave di lettura sul gesto estremo di Pasquale Carlomagno e Maria Messenio è la criminologa e psicologa Flaminia Bolzan, che ha analizzato le possibili motivazioni psicologiche alla base del doppio suicidio.

“Una tragedia nella tragedia”

Federica Torzullo marito

La Bolzan definisce quanto accaduto “una tragedia nella tragedia”, sottolineando come il suicidio dei due coniugi non vada letto come un evento isolato, ma come l’ultimo anello di una catena di dolore, shock e disgregazione emotiva.

Secondo la criminologa, la genesi del gesto va ricercata principalmente in due fattori: la vergogna profonda e l’incapacità di reggere una pressione psicologica e sociale divenuta insostenibile.

Il peso della vergogna e del disonore

Per i genitori di un uomo accusato di un delitto tanto efferato, il crollo dell’immagine familiare può assumere un valore devastante. Non si tratta solo del lutto per la vittima, spiega Bolzan, ma di una frattura identitaria che investe il ruolo genitoriale stesso.

“La vergogna sperimentata rispetto agli agiti del figlio” emerge come un elemento centrale: un sentimento che, in contesti di forte esposizione mediatica, può trasformarsi in un vissuto di colpa totalizzante, anche quando non esiste una responsabilità penale diretta.

La pressione psicologica e l’isolamento

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Accanto alla vergogna, la criminologa individua un secondo fattore decisivo: la pressione. Una pressione che nasce dallo scandalo pubblico, dal lutto improvviso, dal bombardamento mediatico e, nel caso di Maria Messenio, anche dalle minacce e dagli attacchi ricevuti sui social network.

In queste condizioni, spiega Bolzan, il pensiero suicidario può strutturarsi come una via di fuga percepita, erroneamente, come unica soluzione possibile per porre fine a una sofferenza divenuta ingestibile.

Il suicidio non cambia l’indagine sul figlio

Dal punto di vista giudiziario, la criminologa è chiara: il doppio suicidio non modifica in modo sostanziale l’indagine su Claudio Carlomagno. La responsabilità penale resta individuale e il procedimento segue il suo corso.

Tuttavia, resta aperto un interrogativo che gli inquirenti non possono eludere: il possibile ruolo del padre nella fase successiva all’omicidio. Non come certezza, ma come ipotesi investigativa che dovrà essere accertata o definitivamente esclusa.

Le zone d’ombra ancora da chiarire

La Procura di Civitavecchia non ha mai escluso del tutto l’ipotesi che Claudio Carlomagno non abbia agito completamente da solo nelle ore successive al femminicidio. Alcuni movimenti, presenze e incongruenze temporali hanno reso necessari approfondimenti, in particolare sull’ambito familiare.

Tra questi, la presenza del padre sotto l’abitazione del figlio in una fascia oraria ritenuta cruciale e una serie di spostamenti non ancora spiegati in modo pienamente convincente.

Il crollo di un’intera famiglia

Secondo la lettura psicologica proposta da Flaminia Bolzan, il suicidio dei due coniugi rappresenta il punto di rottura finale di un sistema familiare travolto da un evento traumatico senza precedenti.

Disonore percepito, dolore, paura, isolamento e perdita di senso si sarebbero sovrapposti fino a rendere impossibile ogni forma di resilienza.

Resta ora il compito degli investigatori di chiarire ogni dettaglio della vicenda, con un’attenzione particolare rivolta alla tutela del figlio minorenne della coppia, unico sopravvissuto di una storia che ha distrutto tre generazioni.