martedì, Luglio 28

Marco Travaglio difende Fabrizio Corona: “L’Italia è diventata un catalogo di censure”

Marco Travaglio rompe il silenzio e prende posizione a sorpresa a favore di Fabrizio Corona. Lo fa con un editoriale duro, politico e ideologico, in cui critica apertamente la decisione del giudice di Milano che ha imposto limiti stringenti alle pubblicazioni dell’ex re dei paparazzi sul caso Alfonso Signorini e Mediaset.

Secondo il direttore del Fatto Quotidiano, il provvedimento giudiziario non rappresenta una tutela dei diritti, ma l’ennesimo segnale di una deriva censoriale che attraversa l’Italia e, più in generale, l’Occidente.

“Un catalogo di censure e museruole”

Travaglio apre il suo intervento con un’accusa netta: l’Italia, anziché avanzare verso una maggiore libertà di espressione, starebbe accumulando divieti, bavagli e autocensure. Un sistema che, a suo giudizio, somiglia sempre più a quello delle autocrazie, dove la libertà di parola viene compressa non a posteriori, ma prima ancora che un contenuto venga espresso.

Il punto centrale della critica non è tanto la figura di Fabrizio Corona, quanto il principio che la decisione del tribunale rischia di introdurre: la punizione preventiva della parola.

Il paradosso Corona

Nel suo ragionamento, Travaglio non assolve né idealizza Corona. Anzi, ne sottolinea apertamente i limiti: non è un giornalista, non segue le regole deontologiche dell’informazione, utilizza un linguaggio volutamente provocatorio e spesso grossolano. Tuttavia, secondo il direttore del Fatto, questi elementi non possono diventare il presupposto per impedirgli di parlare.

Travaglio evidenzia un paradosso che ritiene emblematico: in passato Corona veniva accusato di usare le informazioni come strumento di ricatto, oggi viene invece sanzionato perché quelle informazioni decide di pubblicarle. In entrambi i casi, il risultato sarebbe lo stesso: ridurre al silenzio chi disturba equilibri consolidati.

La critica alla censura preventiva

Il passaggio più duro dell’editoriale riguarda la natura stessa del provvedimento giudiziario. Secondo Travaglio, non si tratta di una sanzione per un reato accertato, ma di un divieto imposto per ciò che Corona potrebbe fare in futuro. Un concetto che, sul piano giuridico e democratico, solleva interrogativi pesanti.

La richiesta di Signorini e Mediaset di impedire a Corona di parlare di loro viene definita una “pretesa curiosa”, perché sposta il confine della giustizia dalla valutazione dei fatti alla prevenzione del dissenso.

Chi ha diritto di parlare?

Un altro nodo centrale sollevato da Travaglio riguarda la distinzione tra giornalisti e non giornalisti. Nel mondo iperconnesso dei social e delle piattaforme digitali, chiede provocatoriamente il direttore, chi stabilisce chi ha titolo per esprimersi su personaggi pubblici e grandi gruppi mediatici?

Limitare la parola ai soli professionisti dell’informazione significherebbe, secondo questa visione, costruire un recinto elitario in cui solo alcuni soggetti possono raccontare, indagare e criticare, mentre tutti gli altri vengono ridotti a spettatori silenziosi.

Una presa di posizione che divide

La difesa di Fabrizio Corona da parte di Marco Travaglio ha immediatamente acceso il dibattito pubblico. Da un lato c’è chi vede nell’editoriale una battaglia di principio a favore della libertà di espressione, dall’altro chi considera pericoloso legittimare un personaggio da sempre al centro di controversie giudiziarie e mediatiche.

Al di là delle simpatie o antipatie personali, l’intervento di Travaglio sposta la discussione su un piano più ampio: il rapporto tra giustizia, informazione e potere mediatico, in un contesto in cui la linea tra tutela e censura appare sempre più sottile.

Il caso Signorini-Mediaset come simbolo

Per Travaglio, il caso non riguarda soltanto Alfonso Signorini o Mediaset, ma diventa il simbolo di una tendenza più vasta: l’uso degli strumenti legali per limitare il racconto prima ancora che questo venga formulato.

Una dinamica che, se normalizzata, rischia di cambiare profondamente il modo in cui si esercita la libertà di parola nello spazio pubblico, trasformando la paura delle conseguenze in una nuova forma di autocensura.

Ed è proprio su questo terreno che si gioca, secondo il direttore del Fatto Quotidiano, una delle partite più delicate per la democrazia contemporanea.