Il dibattito sulle pensioni in Italia ha ripreso vigore, sollevando preoccupazioni che si intrecciano con le vite di migliaia di lavoratori. Mentre il governo si prepara a implementare nuove normative, una questione cruciale emerge: cosa accadrà a coloro che, dopo anni di lavoro e pianificazione, si trovano a un passo dalla pensione, ma rischiano di restare senza reddito per mesi? Secondo un’analisi della Cgil, circa 55mila persone potrebbero trovarsi in questa situazione a partire dal 2027, un allerta che risuona come un eco di esperienze passate dolorose.

Il tema non è solo tecnico, ma tocca le corde più profonde della sicurezza economica e della fiducia nel sistema. L’idea di trovarsi “in mezzo”, senza stipendio e senza pensione, è un incubo che molti italiani hanno già vissuto. La riforma Fornero, attuata tra il 2011 e il 2012, ha lasciato cicatrici profonde, e ora ci si chiede se la storia possa ripetersi. La sensazione di essere stati abbandonati proprio alla fine di un percorso lavorativo è un sentimento che, purtroppo, molti conoscono fin troppo bene.
Il nodo centrale di questa questione è il passaggio tra l’uscita dal lavoro e l’accesso alla pensione. Con l’innalzamento dell’età pensionabile, le nuove regole potrebbero creare un vuoto temporale per coloro che hanno pianificato la loro uscita in base a normative precedenti. La Cgil ha messo in evidenza che, a partire dal 2027, i requisiti pensionistici potrebbero allungarsi di un mese, e nel 2028 l’aumento potrebbe diventare più significativo, arrivando fino a tre mesi. Questo slittamento non è solo un numero, ma rappresenta un periodo di incertezze e ansie per chi ha già detto addio al lavoro.
Per molti di questi lavoratori, la pensione non è solo un assegno, ma un traguardo atteso con trepidazione. Hanno fatto i conti, hanno firmato contratti, hanno salutato colleghi e scrivanie con la certezza che il loro futuro fosse già tracciato. E ora, si trovano a dover affrontare la possibilità di un buco nero, un’interruzione del reddito che potrebbe compromettere la loro stabilità economica. Bollette, affitti, mutui e spese mediche diventano pesi insostenibili in un periodo di attesa che si allunga.
La Cgil ha identificato una platea molto precisa di lavoratori a rischio. Tra il 2020 e il 2025, circa 23mila persone hanno usufruito dell’isopensione, un meccanismo che consente di andare in pensione anticipatamente. Altri 4mila hanno aderito al contratto di espansione, uno strumento che è stato poi abolito nel 2024. Infine, circa 28mila lavoratori sono stati inseriti nei fondi di solidarietà bilaterali, puntando su un accompagnamento di cinque anni. Queste persone hanno agito in buona fede, utilizzando gli strumenti disponibili, ma ora si trovano a dover affrontare una realtà che potrebbe rivelarsi ben diversa da quella prevista.
Il termine “esodati” non è casuale. Rievoca una stagione dolorosa, quella della riforma Fornero, quando migliaia di lavoratori si ritrovarono in un limbo, privi di una rete di sicurezza. Gli analisti avvertono che, sebbene i periodi di scopertura previsti ora siano più brevi, l’impatto psicologico e pratico potrebbe essere simile. La sensazione di essere stati lasciati indietro, di non avere più un futuro certo, è un pensiero che può minare la serenità di chi ha dedicato una vita al lavoro.
















