Dieci minuti. Tanto è durato il tentativo di resistenza. Poi la resa. Durante la kermesse del Partito democratico a Milano, mentre Elly Schlein prendeva la parola, Massimo Cacciari si è alzato e ha lasciato la sala. Senza polemiche, senza scenate. Un gesto secco, definitivo, che ha detto più di qualsiasi commento.
Il filosofo veneziano era arrivato, si era seduto, aveva ascoltato. Poi, con il passare dei minuti, l’insofferenza è diventata evidente. Alla fine, la decisione: andarsene. Qualcuno gli avrebbe chiesto di restare, ma non c’è stato nulla da fare. Il discorso è proseguito, lui no.
Una scena che riassume una due giorni

L’episodio è stato ripreso e rilanciato sui social, diventando in poche ore virale. Non tanto per il gesto in sé, quanto per il valore simbolico che porta con sé. Un intellettuale storicamente vicino a quell’area politica che non riesce a restare nemmeno dieci minuti ad ascoltare la segretaria del partito.
Il titolo dell’evento prometteva ambizione: “Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia”. Il risultato, per molti osservatori, è stato l’opposto: la sensazione di una liturgia già vista, ripetitiva, incapace di sorprendere o coinvolgere.
Il problema non è lo stupore, è la prevedibilità
Non c’è scandalo, non c’è colpo di scena. C’è qualcosa di più sottile e forse più grave: la prevedibilità totale. Le parole arrivano prima ancora di essere pronunciate, i concetti scorrono senza attrito, le formule si susseguono senza lasciare traccia.
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