mercoledì, Febbraio 18

Bimbo con il cuore “bruciato”, rebus compatibilità: perché altri tre pazienti dovevano rifiutare l’organo

Un cuore disponibile può trasformarsi in una corsa contro il tempo, ma anche in un rebus medico ed etico. È quanto accaduto nel caso del bambino di due anni e mezzo ricoverato all’ospedale Monaldi, coinvolto nella vicenda del cosiddetto “cuore bruciato”.
L’ultimo organo disponibile, proveniente da un donatore di tre anni deceduto per leucemia, era di gruppo 0 Rh positivo. Il piccolo paziente napoletano, invece, è di gruppo B.
Una compatibilità solo parziale che ha modificato l’ordine delle priorità e imposto una nuova valutazione tra più centri italiani di cardiochirurgia pediatrica.

Come funziona la lista nazionale dei trapianti pediatrici

Il sistema del Centro Nazionale Trapianti segue protocolli rigorosi. Quando si rende disponibile un organo, la rete segnala immediatamente l’offerta ai centri con pazienti compatibili. A quel punto si passa da una graduatoria “potenziale” a una lista reale, costruita su criteri clinici stringenti: compatibilità ematica, dimensioni dell’organo, condizioni del ricevente e probabilità di successo dell’intervento.

Nel caso specifico, il bambino ricoverato a Napoli non era il primo in lista: risultava quarto a livello nazionale. Davanti a lui c’erano tre piccoli pazienti, ricoverati in altre strutture italiane, con lo stesso gruppo sanguigno del donatore.

In questi casi, la priorità spetta al paziente con la maggiore probabilità di successo clinico. Una decisione che non è soltanto medica, ma anche etica: l’obiettivo è massimizzare le chance di sopravvivenza dell’organo e del ricevente.

Compatibilità parziale: cosa significa

Dal punto di vista dimensionale, il cuore del donatore era considerato idoneo. Il vero nodo era la compatibilità ematica. Un paziente di gruppo B può ricevere un organo di gruppo 0 solo in condizioni particolari e con valutazioni approfondite, mentre un ricevente con gruppo identico al donatore rappresenta la scelta preferenziale.

Questo ha comportato una nuova valutazione tra i quattro centri in cima alla lista. Se uno dei primi tre bambini avesse accettato l’organo, il cuore non sarebbe mai arrivato a Napoli. In sostanza, affinché il piccolo del Monaldi potesse diventare prioritario, gli altri tre pazienti avrebbero dovuto rifiutare o risultare non idonei.

La corsa contro il tempo e il caso Monaldi

La procedura è serrata: appena un centro conferma l’idoneità del proprio paziente, l’équipe chirurgica parte verso l’ospedale del donatore per il prelievo e rientra nel minor tempo possibile per eseguire il trapianto. Ogni minuto è determinante, soprattutto nei trapianti cardiaci pediatrici.

Sul centro napoletano, però, pesa quanto accaduto a dicembre. Dopo l’errore che ha portato al fallimento del precedente trapianto, l’attività del reparto è stata sospesa. Questo ha sollevato un ulteriore interrogativo: se l’organo fosse stato destinato a Napoli, chi avrebbe eseguito l’intervento?

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