domenica, Luglio 5

Delitto di Garlasco, Picozzi spiega: “Perché i genitori di Chiara Poggi vivono ancora nella villetta”

Ci sono scelte che, anche a distanza di anni, continuano a far discutere e a interrogare l’opinione pubblica. Una di queste riguarda i genitori di Chiara Poggi, la giovane uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa di Garlasco, uno dei casi più controversi della cronaca nera italiana.

Giuseppe Poggi e Rita Preda, infatti, non hanno mai lasciato quella villetta di via Pascoli. Vivono ancora lì, nello stesso luogo dove si è consumato il delitto della loro figlia. Una decisione che per molti è difficile da comprendere.

Leggi anche:Frana sulla spiaggia in Italia: crolla un costone roccioso tra ombrelloni e bagnanti​

Leggi anche:Montecatini, si schianta con la moto contro un camper in A11: muore a 21 anni

Leggi anche:Giallo di Pietracatella, tre persone sotto la lente e nuovi testimoni: le indagini sulla morte di madre e figlia

La casa del delitto, ancora oggi abitata

Quella villetta è diventata negli anni un simbolo. È il luogo dove Chiara è stata uccisa, tra l’ingresso e le scale che portano alla cantina, mentre il resto della famiglia era in vacanza.

Nonostante il peso di quella tragedia, i genitori hanno scelto di non cambiare nulla: stessa casa, stessi ambienti, stessa quotidianità.

Una scelta che colpisce anche chi ha avuto modo di entrare in quell’abitazione. Il giornalista Gianluigi Nuzzi, durante la trasmissione Quarto Grado, ha raccontato lo stupore provato nel vedere come tutto sia rimasto fermo nel tempo.

La spiegazione dello psicologo Picozzi

A cercare di dare una risposta è stato Massimo Picozzi, psichiatra e criminologo, intervenuto proprio durante la trasmissione.

Secondo l’esperto, nella maggior parte dei casi chi vive un trauma così profondo tende ad allontanarsi dal luogo della tragedia. Restare può essere estremamente difficile, quasi insostenibile.

Ma esiste anche un’altra chiave di lettura, meno intuitiva e più profonda.

In alcuni casi”, spiega Picozzi, “andarsene potrebbe essere vissuto come un tradimento nei confronti della persona scomparsa”.

Una frase che ribalta completamente la prospettiva.

“Non si può lasciare sola Chiara”

Secondo questa interpretazione, la scelta di restare non sarebbe legata all’incapacità di andare avanti, ma a un bisogno emotivo diverso: continuare a “esserci” per Chiara. “Non si può lasciare sola Chiara”, ha spiegato Picozzi, anche se in quella casa non c’è più nulla di materiale che la rappresenti.

La villetta diventa così non solo il luogo del delitto, ma anche un punto di riferimento affettivo, un modo per mantenere un legame con la figlia.

Un lutto che non si chiude mai

Il caso di Garlasco, già complesso dal punto di vista giudiziario, continua quindi a sollevare interrogativi anche sul piano umano. Giuseppe Poggi e Rita Preda si sono sempre detti convinti della colpevolezza di Alberto Stasi, condannato a 16 anni, e contrari alla riapertura di nuove indagini. Nel frattempo, però, una nuova inchiesta ha riportato l’attenzione sul caso, con Andrea Sempio indagato per concorso in omicidio. Ma al di là degli sviluppi giudiziari, resta una realtà immutata: quella casa, quella scelta, e un dolore che non si è mai spento.

Una decisione che divide

C’è chi vede in questa scelta una forma di forza, chi invece la interpreta come un legame impossibile da spezzare. La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Perché il lutto non segue regole precise e ogni persona lo affronta in modo diverso. Restare o andare via, in casi come questo, non è mai solo una decisione pratica. È una scelta che tocca corde profonde, tra memoria, dolore e bisogno di dare un senso a ciò che senso non ha.