Secondo l’esperto, nella maggior parte dei casi chi vive un trauma così profondo tende ad allontanarsi dal luogo della tragedia. Restare può essere estremamente difficile, quasi insostenibile.
Ma esiste anche un’altra chiave di lettura, meno intuitiva e più profonda.
“In alcuni casi”, spiega Picozzi, “andarsene potrebbe essere vissuto come un tradimento nei confronti della persona scomparsa”.
Una frase che ribalta completamente la prospettiva.
“Non si può lasciare sola Chiara”
Secondo questa interpretazione, la scelta di restare non sarebbe legata all’incapacità di andare avanti, ma a un bisogno emotivo diverso: continuare a “esserci” per Chiara. “Non si può lasciare sola Chiara”, ha spiegato Picozzi, anche se in quella casa non c’è più nulla di materiale che la rappresenti.
La villetta diventa così non solo il luogo del delitto, ma anche un punto di riferimento affettivo, un modo per mantenere un legame con la figlia.
Un lutto che non si chiude mai
Il caso di Garlasco, già complesso dal punto di vista giudiziario, continua quindi a sollevare interrogativi anche sul piano umano. Giuseppe Poggi e Rita Preda si sono sempre detti convinti della colpevolezza di Alberto Stasi, condannato a 16 anni, e contrari alla riapertura di nuove indagini. Nel frattempo, però, una nuova inchiesta ha riportato l’attenzione sul caso, con Andrea Sempio indagato per concorso in omicidio. Ma al di là degli sviluppi giudiziari, resta una realtà immutata: quella casa, quella scelta, e un dolore che non si è mai spento.
Una decisione che divide
C’è chi vede in questa scelta una forma di forza, chi invece la interpreta come un legame impossibile da spezzare. La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Perché il lutto non segue regole precise e ogni persona lo affronta in modo diverso. Restare o andare via, in casi come questo, non è mai solo una decisione pratica. È una scelta che tocca corde profonde, tra memoria, dolore e bisogno di dare un senso a ciò che senso non ha.