Il giallo della ricina di Pietracatella si arricchisce di un nuovo elemento che potrebbe cambiare completamente la ricostruzione della tragedia costata la vita ad Antonella di Ielsi e alla figlia Sara Di Vita. Dopo settimane in cui l’attenzione si era concentrata sulla cena del 23 dicembre, nelle ultime ore gli investigatori stanno approfondendo una possibile seconda contaminazione avvenuta in casa, attraverso alcune flebo praticate nei giorni successivi.
La nuova ipotesi degli investigatori

Secondo quanto emerso, il 26 dicembre, dopo un primo ricovero e il rientro a casa, le due donne avrebbero ricevuto infusioni endovenose private per contrastare la forte disidratazione. A effettuare il trattamento sarebbe stato un conoscente della famiglia con competenze sanitarie. Proprio queste flebo sono ora finite al centro delle verifiche degli inquirenti.
L’ipotesi è che la sostanza tossica possa non essere stata assunta tutta durante il pasto, ma che una parte dell’avvelenamento possa essersi verificata in un secondo momento, aggravando in modo irreversibile il quadro clinico delle due vittime.
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Il dubbio sull’avvelenamento in due tempi
Gli investigatori da giorni lavorano su uno scenario definito da alcuni consulenti come “avvelenamento in due fasi”. La prima sarebbe collegata agli alimenti consumati la sera del 23 dicembre, quando a tavola erano presenti il marito Gianni Di Vita, la moglie e la figlia minore.