Da quasi due anni, negli ambienti parlamentari, circola un’ipotesi che dà la misura della posta politica in gioco alle prossime elezioni: l’idea che Giorgia Meloni possa puntare alla presidenza della Repubblica. Un tema rimasto a lungo sottotraccia, che la premier ha però deciso di portare allo scoperto nei giorni scorsi, aprendo esplicitamente all’ipotesi di un capo dello Stato di area centrodestra. Una mossa che ha riacceso il dibattito e che intreccia tre temi: la corsa al Quirinale del 2029, la riforma della legge elettorale e il fattore Vannacci.
La mossa di Meloni: rompere il “tabù”
Il ragionamento della presidente del Consiglio parte da un punto: il centrodestra, in quanto forza di governo, dovrebbe poter ambire a eleggere un presidente della Repubblica non riconducibile all’area progressista. “Rompiamo il tabù di avere un presidente che non sia di centrosinistra”, è in sostanza il messaggio lanciato in televisione.
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Va detto che diversi osservatori hanno fatto notare come quel “tabù” sia in realtà storicamente inesistente: presidenti come Antonio Segni o Giovanni Leone, democristiani di area conservatrice, furono eletti anche con voti della destra dell’epoca. È però vero che nessun esponente proveniente dalla tradizione del Movimento Sociale Italiano ha mai raggiunto quella carica. Secondo i retroscena dei cronisti più vicini alla premier, esplicitare l’obiettivo servirebbe soprattutto a compattare la propria area in un momento di tensioni interne alla maggioranza.
Il dato di partenza: età e scadenze
Lo scenario si fonda anzitutto su elementi concreti. Il primo è anagrafico: Meloni compirà 50 anni il prossimo gennaio, l’età minima prevista dalla Costituzione per essere eletti al Colle. Il secondo è temporale: il mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029. In mezzo ci sono le elezioni politiche, destinate a stabilire quali forze avranno il peso maggiore nella scelta del prossimo capo dello Stato.
C’è però una regola non scritta della politica italiana: chi aspira al Quirinale non lo dichiara mai apertamente, perché chi si espone rischia di essere “bruciato”. Lo dimostrano precedenti illustri. Proprio per questo la scelta di Meloni di esplicitare la posta in gioco viene letta come una mossa insolita e calcolata.
Perché c’entra la legge elettorale
Il collegamento con la riforma elettorale è il cuore della questione. L’accusa che arriva dalle opposizioni è che la nuova legge, soprannominata da alcuni “Stabilicum” per l’enfasi sulla stabilità, consegnerebbe a chi vince le elezioni una maggioranza così ampia da poter eleggere da sola il futuro presidente, senza bisogno di cercare un’intesa larga con le altre forze.
Il meccanismo, spiegano gli analisti, è legato al quorum: dopo i primi scrutini, la soglia per eleggere il capo dello Stato si abbassa dalla maggioranza dei due terzi alla maggioranza assoluta. Secondo le stime, una coalizione che superasse il 42% dei voti potrebbe arrivare a controllare quasi il 60% dei seggi parlamentari. Numeri che, sommati ai delegati regionali, potrebbero bastare per indicare da soli il nuovo presidente. Da qui l’accusa dell’opposizione, sintetizzata da Matteo Renzi con l’espressione “governare dal Quirinale”: il timore, cioè, di una concentrazione di potere a scapito del ruolo di garanzia del capo dello Stato.
Gli scenari che circolano
Nei corridoi parlamentari si fanno, a titolo di ipotesi, diversi scenari. Uno prevede Meloni al Quirinale con un esponente del suo partito a Palazzo Chigi. Un altro, considerato più “istituzionale” — dato che nessun leader di partito in carica è mai stato eletto presidente — vedrebbe al Colle una figura come il sottosegretario Alfredo Mantovano, con Meloni che resterebbe premier. Si tratta, è bene sottolinearlo, di semplici congetture giornalistiche, non di piani dichiarati.
Perché la realtà potrebbe complicare tutto
A questo scenario, però, si oppongono diversi ostacoli concreti, che è corretto evidenziare per non far apparire l’esito come già scritto. Anzitutto, la legge elettorale deve ancora essere approvata, e la lite in corso sulle preferenze — con Vannacci che chiede con forza il voto di preferenza — potrebbe rivelarsi un intoppo decisivo.
In secondo luogo, proprio il fattore Vannacci pesa: un Futuro Nazionale forte come indicano i sondaggi, se restasse fuori dalla coalizione di centrodestra, rischierebbe di impedire lo scatto del premio di maggioranza. Infine, c’è la variabile più semplice e più spesso dimenticata: Meloni le elezioni potrebbe anche perderle. Lo stesso schema, fanno notare non a caso i suoi, varrebbe a parti invertite per il centrosinistra in caso di sua vittoria.
Una scommessa ad alto rischio
Ecco perché la scelta della leader di Fratelli d’Italia di scoprire le carte viene letta come una mossa rischiosa ma strategica. Sfidando i precedenti che consigliano prudenza a chi ambisce al Colle, Meloni avrebbe deciso di trasformare la posta in gioco in un messaggio di mobilitazione per la propria area: un modo per serrare le fila in vista di una partita che si annuncia come il vero terreno di scontro politico dei prossimi anni. Resta però, sullo sfondo, tutta l’incertezza di uno scenario che dipende da troppe variabili ancora aperte per essere dato per scontato.