Dietro le tensioni sulla legge elettorale e le voci di un possibile voto anticipato si nasconde un nodo di cui si parla poco, ma che pesa concretamente sulle scelte di centinaia di parlamentari: quello del diritto alla pensione. Un tema che, numeri alla mano, potrebbe spiegare più di molti retroscena.
In teoria la XIX legislatura ha la sua scadenza naturale il 13 ottobre 2027, con elezioni politiche attese quindi nell’autunno del prossimo anno. Ma il timore diffuso è che l’accelerazione sulla riforma elettorale possa aprire al governo l’opportunità di giocarsi la carta delle urne anticipate — decisione che spetta comunque al presidente della Repubblica, cui compete lo scioglimento delle Camere.
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La regola dei 4 anni, 6 mesi e un giorno

La norma prevede che i parlamentari maturino il diritto alla pensione se restano in carica per 4 anni, 6 mesi e un giorno. Poiché l’attuale legislatura è iniziata il 13 ottobre 2022, il calcolo è presto fatto: chi è al primo mandato deve restare in carica fino al 14 aprile 2027.
C’è però un dettaglio che sposta ulteriormente la data: i parlamentari restano in carica fino all’insediamento delle nuove Camere, che avviene di norma un paio di settimane dopo il voto. Tradotto: per salvare il diritto alla pensione dei neoeletti, eventuali elezioni anticipate non dovrebbero tenersi prima di domenica 4 aprile 2027.
I numeri: quasi la metà dell’aula
Il punto è che i parlamentari di prima nomina, in questa legislatura, non sono affatto pochi: sono il 43,8%, cioè 265 su 605. E il partito con la quota più alta è proprio quello della premier: Fratelli d’Italia è al 66,1%, quasi due parlamentari su tre.
Percentuali non paragonabili a quelle degli alleati, Forza Italia (34,7%) e Lega (23,3%). Ma il fenomeno attraversa anche l’opposizione: Pd al 38,1%, M5S al 39,2%, Avs al 50%. Numeri che raccontano di una platea molto ampia e trasversale di eletti che potrebbe non avere alcuna fretta di tornare alle urne prima di aver maturato quel diritto.
L’altro nodo: le comunali del 2027
C’è poi una seconda incognita, di natura squisitamente politica. Nella primavera del 2027 si voterà in città importanti come Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, dove il centrosinistra è storicamente forte. Per le comunali la legge prevede il voto tra il 15 aprile e il 15 giugno.
Nel caso di elezioni politiche anticipate a inizio aprile, dunque, il governo rischierebbe un effetto traino delle comunali a proprio svantaggio: uno scenario che, sommato al nodo pensioni, restringe parecchio la finestra utile per chi volesse anticipare.
Una chiave di lettura per i giorni scorsi
Questi numeri assumono un peso particolare alla luce di quanto accaduto alla Camera, dove una trentina di franchi tiratori della maggioranza ha affossato l’emendamento sulle preferenze voluto dalla premier, in un voto segreto seguito da giorni di veleni e sospetti reciproci.
Nessuno, naturalmente, ammetterà mai di aver votato pensando al proprio interesse personale, e la segretezza dello scrutinio rende impossibile attribuire i voti a chicchessia. Resta però il fatto che, tra le preferenze — che rimettono in discussione la rielezione di chi è entrato in Parlamento con le liste bloccate — e l’ipotesi di elezioni anticipate che azzererebbero il traguardo previdenziale di quasi metà dell’aula, gli incentivi a rallentare il percorso della riforma sono molti e assai concreti. Un elemento in più per capire perché, dietro le battaglie di principio, si muovano spesso ragioni molto più prosaiche.