martedì, Luglio 14

Legge elettorale, Meloni dopo il ko: “Ha vinto di nuovo la palude”. Ma nella maggioranza 31 franchi tiratori

A poche ore dalla bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto alla Camera per un solo voto (188 contrari, 187 favorevoli), nel centrodestra è scattata la caccia ai responsabili. Perché il conto non torna: in aula la maggioranza poteva contare su un margine ampio, ma nello scrutinio segreto decine di deputati hanno disatteso l’indicazione del proprio governo.

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Lo ha ammesso la stessa premier Giorgia Meloni: “Anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione”. Il problema è capire di chi siano quei voti.

Quanti sono davvero

Sul numero esatto dei cosiddetti “franchi tiratori” le stime divergono. Il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, ha parlato di 31, precisando però che nessuno di essi apparterrebbe al suo partito. Altre ricostruzioni parlano di 36 o 37, mentre secondo alcune analisi il numero potrebbe avvicinarsi alla quarantina, considerando il margine di cui il centrodestra disponeva in aula.

Un dato, in ogni caso, resta: si tratta di deputati di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia che, approfittando della segretezza del voto, hanno scelto di non seguire la linea dell’esecutivo.

Il paradosso delle preferenze

Le ragioni del dissenso interno, secondo diversi osservatori, sono più concrete di quanto le dichiarazioni ufficiali lascino intendere. Per parlamentari eletti senza preferenze, come tutti quelli oggi in carica, approvare una norma che le reintroduce significa porre una grossa incognita sulla propria rielezione: con le liste bloccate il seggio dipende dalla segreteria di partito, con le preferenze bisogna conquistarlo sul territorio.

Un nodo che, secondo le ricostruzioni, attraversava trasversalmente tutti i gruppi, compreso quello di Fratelli d’Italia, nonostante l’emendamento portasse proprio la firma del partito della premier.

Il “non siamo stati noi” generale

Nelle ore successive al voto è partito un fuoco di fila di smentite. Oltre a Molinari per la Lega, il capogruppo di Forza Italia, Enrico Costa, ha rivendicato: “Siamo stati presentissimi e solidissimi nel voto, quindi non cercate tra di noi”. Anche il capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, ha escluso defezioni nel proprio gruppo: “Non credo, ci siamo confrontati a lungo e abbiamo elementi fondati per ritenere che non sia così. Ovvio che Fratelli d’Italia lo abbia convintamente votato, se no non avrebbe presentato l’emendamento”.

Il risultato, come è stato notato, è un piccolo giallo istituzionale: tutti negano, ma i voti mancanti restano.

I deputati che si sono filmati mentre votavano

C’è chi, per non finire nella lista dei sospettati, ha scelto una via decisamente inedita. Durante lo scrutinio segreto, i deputati di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, si sono filmati mentre esprimevano il proprio voto. Il video è stato poi pubblicato dal deputato Edoardo Ziello, con una scritta in sovrimpressione che non lascia spazio a interpretazioni: “I traditori della destra sulla legge elettorale non siamo noi”.

Un gesto che fotografa il clima di sospetto reciproco calato sulla coalizione, dove l’unica certezza è che qualcuno, dietro la tenda del voto segreto, ha detto no.

L’assenza che pesa

A rendere il quadro ancora più delicato c’è un dettaglio sottolineato dalle opposizioni: al momento del voto Meloni non era in aula. Lo ha rimarcato Angelo Bonelli di Avs: “È mancato il voto di Giorgia Meloni. La votazione è stata 187 a 188”. Un rilievo che le opposizioni hanno usato per amplificare il valore politico della sconfitta, dato che poche ore prima la premier aveva pubblicamente sfidato tutti a “metterci la faccia”.

La maggioranza, dal canto suo, ridimensiona. Il vicepremier Antonio Tajani ha parlato di “un incidente di percorso”, assicurando che il voto “non ha influenza sulla stabilità del governo”: “Non era un tema fondamentale, non era la fiducia. Si va avanti”. Sul piano istituzionale, in effetti, la bocciatura di un emendamento non comporta conseguenze automatiche per l’esecutivo. Ma la caccia ai trenta e più dissidenti, dentro la coalizione, è appena cominciata.