venerdì, Luglio 24

Ilaria Salis rompe il silenzio! La scusa è surreale

Dopo la condanna in primo grado a risarcire due ex collaboratori licenziati, Ilaria Salis affida a un’intervista la propria ricostruzione dei fatti. L’europarlamentare di Avs, chiamata a versare oltre 300mila euro secondo la sentenza del Tribunale di Milano, respinge la lettura emersa in questi giorni e annuncia piena fiducia nel giudizio d’appello.

Il nodo centrale, secondo la sua versione, è di natura procedurale: sostiene infatti di non essere venuta a conoscenza del procedimento fino a mesi dopo la decisione del giudice.

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“Non sapevo nulla di quel processo”

«La sentenza, che è di primo grado, non è entrata nel merito, non ha accertato che non ci fosse giusta causa», spiega l’eurodeputata. «Tocca al datore di lavoro, in questi casi, presentare le prove. E le prove ci sono, ma io non ho potuto portarle: ero assente perché di quel procedimento e delle udienze non sapevo nulla».

Nelle cause civili, ricorda, sono le controparti a dover notificare l’avvio del procedimento: «Loro hanno scelto di farlo al mio indirizzo di residenza in Italia, ma io spesso sono fuori». E aggiunge: «Quando l’ufficiale giudiziario è passato non ero in casa e dopo quel tentativo non ce ne sono stati altri». Secondo la sua ricostruzione, sarebbe bastata una Pec o un contatto tramite i canali istituzionali.

Il ricorso e la sospensione della sentenza

Salis afferma di aver appreso della condanna solo due mesi dopo la decisione, con la notifica ricevuta il 4 maggio. Da lì il ricorso: «Abbiamo preparato più di cento pagine per ricostruire in modo completo quel che non ho potuto dire in primo grado».

Un passaggio rilevante riguarda l’esito di quella impugnazione: «La Corte d’appello ha sospeso l’efficacia della sentenza, che altrimenti era immediatamente esecutiva. Dopo l’estate ci sarà l’udienza». Sull’esito si dice serena: «Ho piena fiducia che verrà fatta chiarezza».

I motivi dei licenziamenti secondo l’eurodeputata

Entrando nel merito, Salis racconta che i due collaboratori avevano iniziato a lavorare con lei subito dopo l’elezione e che li conosceva da tempo. «Ma col tempo quel legame si è logorato fino a spezzarsi», spiega, riferendo di aver avuto «sempre più l’impressione che volessero far pesare il loro ruolo per influenzare le mie decisioni».

Tra le contestazioni indica «gravi inadempienze nel lavoro»: «Per settimane non rispondevano alle mail, nonostante fosse una delle loro principali attività. E alcune mansioni non venivano portate a termine come avevamo immaginato». Una situazione, aggiunge, diventata via via conflittuale: «Non ci rivolgevamo più la parola, e in politica il rapporto fiduciario è fondamentale».

Il mancato accordo

L’eurodeputata respinge poi l’accusa di aver interrotto i rapporti senza preavviso: «Tutt’altro. Ho cercato un confronto, gli ho proposto di trovare una soluzione. Mi hanno risposto che c’erano due strade: continuare così o andare in tribunale».

Alla domanda se non sarebbe stato preferibile un accordo, replica che a suo dire la strada della conciliazione sarebbe stata chiusa dalla controparte. «Mi sono assicurata che non restassero senza sostentamento e ho chiuso», afferma. Sulla scelta compiuta non fa marcia indietro: «Non è stata una scelta a cuor leggero, ma credo sia stata quella giusta per tutelare il mio mandato, le risorse pubbliche che mi sono affidate e le persone che rappresento».

La polemica politica

Ampio spazio anche al fronte politico, con le richieste di dimissioni arrivate dal centrodestra. «È una polemica meschina e strumentale», replica Salis, annunciando che non ci sarà «alcuna tolleranza verso mistificazioni di una vicenda usata stravolgendo la realtà».

Quanto alla posizione del suo partito, il cui leader ha richiamato il rispetto delle sentenze e dei diritti dei lavoratori come punto fermo, l’eurodeputata assicura: «Lo è per me e per tutta la mia parte politica. Per questo ripeto che l’appello chiarirà tutto». Un chiarimento atteso ora per l’udienza in programma dopo l’estate.