Il calcio italiano perde una delle sue figure più rappresentative. Franco Baresi è morto all’età di 66 anni, compiuti lo scorso 8 maggio. Ad annunciarlo è stato il Milan, il club di cui è stato bandiera, capitano e simbolo per oltre vent’anni.
Il comunicato rossonero racconta più di qualsiasi commento: «La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del DNA e del cammino di tutto il Club». E ancora: «Le condoglianze che AC Milan porge alla famiglia tutta di Franco Baresi sono le stesse che ogni tifoso rossonero fa a sé stesso in un’ora così dura».
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Operato nel 2025 per un nodulo polmonare, negli ultimi anni aveva affrontato la malattia con la stessa compostezza che ne aveva accompagnato la carriera. Si era rivisto a San Siro ed era stato uno degli ultimi tedofori a portare la fiamma olimpica nella cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Un’infanzia difficile e l’arrivo al Milan

La storia di Baresi comincia lontano dai riflettori, nell’Unione Sportiva Oratorio di Travagliato, in provincia di Brescia. A soli 14 anni resta orfano di entrambi i genitori. Nel 1974 entra a far parte di quella che sarebbe diventata la sua seconda famiglia, il Milan, su segnalazione del dirigente Guido Settembrino.
C’è un dettaglio che il destino sembra aver scritto apposta: il fratello maggiore Beppe, tifoso rossonero, finisce nelle giovanili dell’Inter. Franco, nato nerazzurro, viene invece scartato dalla squadra del cuore perché giudicato troppo gracile, e approda al Milan. Determinante l’intuito di Italo Galbiati, colpito dalla sua tecnica.
Caschetto biondo, corporatura esile, piedi eccellenti: l’aspetto quasi fragile traeva in inganno gli attaccanti, almeno fino al primo contrasto. Fu il massaggiatore Mariconti a coniare il soprannome destinato a restare per sempre: Piscinin, “piccolino” in dialetto milanese.
Sad news from Italy as Franco Baresi has passed away this morning at 66 years old.
An absolute legend of the game with AC Milan and Italy, marking an era for different generations.
Thoughts and prayers with the family and the friends.
Rest in peace, Franco. ❤️🕊️ pic.twitter.com/50UdFEV6II
— Fabrizio Romano (@FabrizioRomano) July 31, 2026
L’esordio, lo scudetto della stella e la fascia a 22 anni
La svolta arriva con Nils Liedholm in panchina, che il 23 aprile 1978 lo fa esordire in Serie A. Finisce 2-1 per il Milan. Non è un caso isolato: il tecnico svedese punta su di lui sul serio, fino a renderlo protagonista dell’annata successiva, quella della conquista della stella.
Tra i suoi primi sostenitori c’è nientemeno che Gianni Rivera. In una partita del torneo Città di Milano contro il Flamengo, il giovanissimo difensore si rivolge al Golden Boy con un secco «Allora, me la passi?». Rivera non se la prende: capisce che quel ragazzo silenzioso sa gestire la palla, guidare la difesa e soprattutto farsi rispettare. A soli 22 anni Baresi diventa capitano del Milan.
Le cadute e il Mondiale del 1982
Il percorso non è però una linea retta. Arriva la retrocessione dopo lo scandalo del Totonero, poi l’immediata risalita in A che lo porta all’attenzione della Nazionale di Enzo Bearzot.
Un virus lo costringe a fermarsi per tre mesi e mezzo, e a 21 anni in molti si interrogano sul suo futuro. Lui reagisce. Arriva un’altra retrocessione, nel 1982, ma anche la convocazione per il Mundial spagnolo: è il vice di Gaetano Scirea, non gioca mai, ma alza comunque la Coppa del Mondo nella finale di Madrid.
La fedeltà rossonera e gli anni del dominio
Dopo il trionfo mondiale i grandi club lo corteggiano, ma Baresi resta al Milan. Una scelta che verrà ripagata con gli interessi. Nel 1986 entra in scena Silvio Berlusconi, che salva il club dal fallimento; nel 1987 arriva Arrigo Sacchi.
Gli inizi con il tecnico di Fusignano non sono semplici, ma Baresi diventa presto uno dei migliori interpreti di quel calcio. Con Gullit e Van Basten arriva lo scudetto 1988; con l’aggiunta di Rijkaard, il trionfo in Coppa dei Campioni nel 1989, replicato nel 1990.
Eppure, in mezzo a tutti quei trofei, il suo stile non cambia mai: non urlava. Bastava uno sguardo perché i compagni sapessero cosa fare.
Capello, il rigore di Pasadena e l’addio al campo
Con l’arrivo di Fabio Capello in molti danno per finito quel ciclo. Il nuovo allenatore punge l’orgoglio del capitano e dei reduci dell’era sacchiana: il Diavolo conquista altri quattro scudetti e la Coppa dei Campioni del 1994.
In Nazionale Franco decide di fermarsi nel 1992, ma Sacchi lo convince a tornare. Guida gli azzurri fino alla finale del Mondiale 1994, persa ai rigori contro il Brasile: è il primo a sbagliare dal dischetto, e il suo pianto in diretta resta una delle immagini più commoventi della storia del calcio italiano.
Uomo riservato ma di sentimenti profondi, con la moglie Maura, conosciuta nei primi anni Ottanta in Toscana, ha avuto due figli, Edoardo e Gianandrea. Dopo lo scudetto del 1996 e una stagione difficile, nel giugno del 1997 annuncia l’addio al campo. La maglia numero 6 viene ritirata.
I numeri di una carriera irripetibile
Con il Milan ha collezionato 719 partite, vincendo sei scudetti e tre Coppe dei Campioni/Champions League. In Nazionale ha disputato 81 gare, con il Mondiale del 1982 come apice.
Dopo il ritiro è stato nominato vicepresidente del club, occupandosi del settore giovanile. Nel 2002 l’unica parentesi lontano da Milanello, come direttore tecnico del Fulham, durata poco meno di tre mesi. Poi il ritorno a casa, definitivo.
Resta il ricordo di uno dei difensori più forti di sempre, riconosciuto come esempio anche dagli avversari storici. Tutti in piedi per il Piscinin.