La Germania ha annunciato di voler riprendere i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti” verso Italia e Grecia, fermi da quasi quattro anni. La risposta di Roma è arrivata dal Viminale e non da Palazzo Chigi: secondo fonti del ministero dell’Interno, non c’è alcun dublinante da riprendere da Berlino. Dietro le dichiarazioni, però, i numeri finora accertati sono sorprendentemente piccoli.
Chi sono i “dublinanti” e perché il 12 giugno è stata la data chiave
Si definiscono dublinanti i richiedenti asilo che entrano nell’Unione europea da un Paese di primo ingresso — tipicamente Italia o Grecia — e si spostano poi in un altro Stato membro, dove presentano domanda di protezione internazionale. Il Regolamento di Dublino assegna la competenza sull’esame della domanda al primo Paese di arrivo, che è tenuto a riprendere in carico la persona.
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Il quadro giuridico è cambiato con l’entrata in vigore, il 12 giugno 2026, del Seca, il Sistema europeo comune di asilo, il nuovo Patto su migrazione e asilo. Il regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione ha preso il posto di Dublino III, introducendo modalità di trasferimento vincolanti e un quadro per i trasferimenti volontari. È su questa base che un portavoce del ministero dell’Interno tedesco, rispondendo all’ANSA, ha spiegato che Berlino si attende la ripresa dei trasferimenti a partire da quella data, definendo il funzionamento del sistema di Dublino “una condizione imprescindibile” per il successo della riforma.
Perché Roma sostiene che il conto sia già chiuso
Il blocco risale al 5 dicembre 2022, quando l’Italia comunicò agli altri Stati membri la temporanea indisponibilità ad accettare i trasferimenti in ingresso, motivandola con la pressione sul sistema di accoglienza. Da allora le riammissioni sono rimaste in larga parte sospese, con un accumulo di posizioni pendenti soprattutto in Germania.
Quel contenzioso pregresso, però, secondo la ricostruzione del Viminale sarebbe stato azzerato in sede europea lo scorso dicembre, per un totale intorno alle 60 mila posizioni, in un bilanciamento che teneva conto della scarsa solidarietà ricevuta a fronte degli ingressi irregolari registrati in Italia. Roma considera dunque chiuse le pendenze anteriori al 12 giugno con i principali Paesi europei, Germania compresa. Berlino, per parte sua, richiama gli accordi bilaterali dell’autunno 2025 sostenendo che prevedessero proprio la riattivazione delle procedure con l’arrivo del Seca. La divergenza, in sostanza, non è sui fatti ma su cosa quell’intesa coprisse.
Il caso della giovane somala e il nodo del silenzio-assenso
Il primo caso concreto è stato raccontato da Repubblica, che ha ottenuto la lettera con cui le autorità tedesche hanno notificato il trasferimento a una cittadina somala di 22 anni, Abdirisaq W., ospitata in un centro di accoglienza in Baviera. Il documento indica il 19 agosto come data del trasferimento in Italia. La giovane, secondo la ricostruzione del quotidiano, era arrivata in Germania il 31 marzo dopo essere transitata dall’Italia, e vi avrebbe raggiunto la madre e il fratello; sarebbe in fuga dal padre e da un matrimonio combinato. Per Berlino la competenza sulla domanda spetta all’Italia.
Il punto tecnico è rilevante: la richiesta tedesca di ripresa in carico sarebbe rimasta senza risposta da parte italiana, facendo scattare il meccanismo del silenzio-assenso previsto dalle procedure. Fonti del Viminale fanno sapere che il singolo caso sarà valutato con attenzione.
Quanti sono davvero i trasferimenti in gioco
Qui lo scarto tra i toni e i numeri diventa evidente. Secondo la Commissione europea, dall’entrata in vigore del nuovo Patto otto Paesi hanno chiesto all’Italia di riaccogliere complessivamente dodici persone, e nessuna è rientrata. Il Viminale osserva inoltre che è prematuro ipotizzare movimenti significativi di chi è entrato in Italia dopo il 12 giugno: il tempo trascorso è troppo breve per accertarlo.
La carta della “compensazione” e il fronte delle ong
Per i casi successivi al 12 giugno, il governo italiano prospetta una compensazione: mettere sul piatto, a fronte dei rientri richiesti, il numero di persone sbarcate in Italia da imbarcazioni di organizzazioni non governative battenti bandiera di quegli stessi Paesi. Circola anche l’ipotesi di un compenso economico per ogni trasferimento accettato.
L’argomento poggia sul peso della flotta tedesca: secondo ricognizioni citate dalla stampa italiana, circa la metà delle navi ong attive nel Mediterraneo centrale batte bandiera tedesca o fa capo a organizzazioni con sede in Germania — tra queste Sea-Watch, SOS Humanity, Mission Lifeline e Sea-Eye. Va però ricordato che gli sbarchi riconducibili alle navi delle ong rappresentano storicamente una quota minoritaria degli arrivi via mare in Italia, stimata a seconda delle fonti tra il 5 e il 15 per cento: un’aritmetica delle compensazioni si scontrerebbe con questo ordine di grandezza.
Un contenzioso che pesa su due fronti politici
Lo strappo arriva mentre è aperto il confronto con la Spagna sui controlli alle frontiere dopo la crisi di Ceuta, con la sospensione di Schengen prorogata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani fino al 15 agosto. Nell’entourage di Giorgia Meloni c’è chi legge l’iniziativa di Friedrich Merz in chiave interna tedesca, collegandola alla pressione dell’ultradestra nei sondaggi. È una lettura di parte italiana, che Berlino non conferma: il ministero dell’Interno tedesco motiva la scelta esclusivamente con l’applicazione delle nuove regole europee.
La prova dei fatti è fissata per il 19 agosto. Se il trasferimento della giovane somala andrà a buon fine, sarà il primo dopo quasi quattro anni e stabilirà un precedente operativo. Se non andrà a buon fine, il braccio di ferro si sposterà a Bruxelles, dove l’Italia ha già annunciato di volersi opporre a un ritorno a quelle che definisce regole superate.