L’ondata di calore che ha stretto l’Europa per settimane sta perdendo forza, con temperature attese in progressivo rientro verso i valori medi. Ma il bilancio climatico dell’anno resta pesante, e la domanda che circola in questi giorni — il 2026 sarà l’anno più caldo di sempre? — ha una risposta più articolata di quella che si legge in giro.
La risposta breve è: forse, ma non è affatto scontato. E la ragione per cui non è scontato è la parte inquietante della storia.
Leggi anche:Giuliacci annuncia denunce dopo gli insulti social: “Saranno denunciati”
Leggi anche:Nubifragio e colata di fango a Ponferrada: due donne morte
Leggi anche:Quando finisce il caldo: la tregua, la rimonta e la svolta di fine agosto
Dove si colloca davvero il 2026

I primi sei mesi dell’anno sono stati il terzo inizio d’anno più caldo mai registrato, con circa 1,4 °C sopra i livelli preindustriali. Meglio hanno fatto soltanto il 2024 e il 2025.
È un dato particolarmente robusto perché non dipende da una sola fonte: sei diverse banche dati che monitorano le temperature superficiali globali — NASA GISTEMP, NOAA GlobalTemp, HadCRUT5, Berkeley Earth, Copernicus/ERA5 e la rianalisi giapponese JRA-3Q — collocano il primo semestre 2026 nella stessa posizione, senza eccezioni.
Quanto alle probabilità di record, le stime sono aumentate rapidamente ma restano sotto la soglia della certezza. L’analisi di Carbon Brief assegnava al 2026 il 19% di probabilità di stabilire un nuovo primato ad aprile; oggi la stima è salita al 35%, quasi raddoppiata in quattro mesi. La NOAA, un mese fa, dava il 66% di probabilità che l’anno chiudesse al quarto posto, con il responsabile del monitoraggio Russell Vose che annunciava una revisione al rialzo dopo l’analisi dei dati di luglio.
Perché il mancato record sarebbe la notizia peggiore
Qui sta il punto che sfugge nella maggior parte delle ricostruzioni. Se il 2026 — un anno di ondate di calore eccezionali e prolungate su Europa e Nord America — non dovesse battere il primato, non sarebbe un segnale di sollievo.
Significherebbe che il 2024 e il 2025 sono stati talmente caldi da reggere il confronto. Il livello di riferimento, in altre parole, si è alzato al punto che un’estate come questa non basta più a fare notizia nelle statistiche.
La continuità della tendenza è del resto l’elemento più solido di tutti: gli undici anni più caldi mai registrati sono gli ultimi undici, dal 2015 in poi. E una ricerca del Cnr con l’Università dell’Aquila segnala un’accelerazione del fenomeno, con l’aumento medio globale passato da circa 0,17 a 0,4 gradi per decennio a partire dal 2013-2014.
Il Super El Niño e il 2027
L’anno che gli scienziati indicano come il possibile record assoluto non è questo: è il 2027.
Il 2 giugno 2026 l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato l’inizio di El Niño nel Pacifico equatoriale, poi confermato dalla NOAA. È la fase calda di un ciclo naturale che trasferisce calore dall’oceano all’atmosfera, facendo salire temporaneamente le temperature medie globali e alterando gli estremi meteorologici in tutto il pianeta.
Le previsioni indicano un evento di intensità eccezionale, che secondo i modelli di Copernicus potrebbe raggiungere livelli non osservati da decenni, con il picco atteso tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Carbon Brief stima per il 2027 una temperatura di circa 1,7 °C sopra i livelli preindustriali: un valore che stabilirebbe un nuovo primato con ampio margine.
Va precisato un punto su cui si generano fraintendimenti: l’ondata di calore europea di quest’estate non è “colpa” di El Niño. I climatologi lo escludono. El Niño agisce sulla media globale nei mesi successivi al suo sviluppo, non sui singoli episodi regionali che lo precedono.
Gli oceani, il vero serbatoio
A rendere il processo difficile da invertire è il comportamento dei mari. Secondo Copernicus gli oceani assorbono circa il 90% del calore in eccesso prodotto dal sistema climatico e lo rilasciano molto lentamente. Il riscaldamento non riguarda solo la superficie ma arriva in profondità, contribuendo a mantenere elevate le temperature anche di notte e nei mesi freddi.
Un dato dà la misura della situazione: quest’anno circa l’82% della superficie oceanica globale è interessato da ondate di calore marine. A giugno la temperatura superficiale di mari e oceani è stata la più alta mai registrata per quel periodo dell’anno, superando i precedenti primati del 2023 e del 2024.
Alla base restano i gas serra
Il motore di fondo non cambia: le concentrazioni atmosferiche di gas serra continuano a crescere e hanno raggiunto nuovi massimi. L’anidride carbonica in eccesso trattiene una quota crescente di energia nel sistema climatico e riduce quella che il pianeta riesce a riflettere nello spazio, con una diminuzione progressiva dell’albedo terrestre monitorata dalla NASA attraverso il programma CERES.
È il meccanismo su cui El Niño si innesta. Come ha osservato il climatologo Daniel Swain dell’Università della California, non si era mai sperimentato un El Niño in presenza di temperature globali già così elevate. È esattamente questo, più di qualsiasi classifica annuale, il motivo per cui i prossimi diciotto mesi verranno osservati con attenzione.