domenica, Agosto 23

Legge elettorale, l’allarme di Giorgia Meloni: FI e Lega sotto il 15% mettono a rischio il premio di maggioranza

A Palazzo Chigi i conti sulla nuova legge elettorale ruotano attorno a una soglia diventata decisiva: il 15%. Se Forza Italia e Lega, sommate, restassero sotto quel livello, per il centrodestra diventerebbe molto difficile raggiungere il 42% necessario per ottenere il premio di maggioranza previsto dalla riforma.

Un rischio che non sembra però intenzionato a fermare Giorgia Meloni, decisa ad andare avanti con il progetto atteso al Senato nelle prossime settimane.

I numeri che preoccupano la maggioranza

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Il ragionamento parte dalle stime interne alla maggioranza. Fratelli d’Italia considera possibile attestarsi attorno al 26%, mentre Noi Moderati potrebbe aggiungere circa un punto percentuale. A quel punto servirebbe un contributo di almeno il 15-16% da parte degli altri due principali alleati di coalizione.

Ma le rilevazioni considerate dal centrodestra descrivono uno scenario più complicato: la supermedia YouTrend di fine luglio indicava Forza Italia all’8% e la Lega al 5,9%, per un totale del 13,9%, sotto la soglia ritenuta necessaria. FdI, secondo la stessa rilevazione, risultava al 26,7%.

Il piano B di Meloni passa dagli accordi dopo il voto

Nonostante i numeri poco incoraggianti, l’orientamento della premier sarebbe quello di procedere comunque con la riforma. La convinzione, secondo quanto trapela, è che una frammentazione dell’offerta politica possa impedire anche al centrosinistra di raggiungere la soglia prevista per il premio di maggioranza.

Le liste esterne ai due principali schieramenti, da Roberto Vannacci a Carlo Calenda, fino a Potere al Popolo, potrebbero infatti sottrarre voti alle rispettive aree di riferimento. Resta inoltre l’incognita di un eventuale progetto politico guidato da Alessandro Di Battista, ipotesi sulla quale nel Movimento 5 Stelle prevale però un certo scetticismo.

Le stesse rilevazioni attribuiscono attualmente alla possibile alleanza composta da Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa il 44,5%. Ma a Palazzo Chigi si ragionerebbe anche sull’eventualità che il centrosinistra non si presenti compatto alle elezioni, o non riesca comunque a superare la soglia richiesta.

Cosa succede se nessuno raggiunge il 42%

Se nessuna coalizione arrivasse al 42% dei consensi, il sistema si trasformerebbe di fatto in un proporzionale senza premio di maggioranza. È in questo scenario che prenderebbe forma il cosiddetto piano B: cercare, dopo le elezioni, i voti necessari tra le forze rimaste fuori dai due schieramenti principali.

L’interlocutore considerato più naturale dalla premier sarebbe Azione di Carlo Calenda. Se i suoi parlamentari non fossero sufficienti a garantire la maggioranza, potrebbe diventare necessario aprire un confronto anche con Futuro Nazionale di Vannacci.

Lega e Forza Italia temono di perdere peso

Il problema della soglia del 15% non riguarda soltanto Meloni. La riforma sta alimentando preoccupazioni anche dentro Lega e Forza Italia, che rischierebbero di vedere ridotto sensibilmente il proprio peso parlamentare. L’abolizione dei collegi e l’introduzione delle preferenze hanno già provocato tensioni all’interno dei due partiti.

Per rassicurare i rispettivi gruppi parlamentari, Matteo Salvini e Antonio Tajani avrebbero prospettato una compensazione attraverso una quota consistente di seggi assegnati nel listone collegato al premio di maggioranza. Ma se il premio non scattasse, la situazione cambierebbe radicalmente: per la Lega, con un risultato compreso tra il 5 e il 6%, le stime interne parlano di appena 30-35 parlamentari, circa un terzo degli attuali.

Le tensioni interne e i rischi in Parlamento

È soprattutto l’area lombarda del Carroccio a chiedere garanzie sulla composizione delle liste prima del passaggio parlamentare previsto per settembre. Un malcontento che potrebbe trasformarsi in voti contrari alla riforma. Dubbi esistono anche in Forza Italia, dove l’introduzione delle preferenze rafforzerebbe il controllo della classe dirigente territoriale e, indirettamente, la posizione dello stesso Tajani.

Meloni resta comunque orientata a tentare la prova parlamentare. Al Senato, il voto palese viene considerato un elemento favorevole alla tenuta della maggioranza. Più delicato potrebbe essere il passaggio alla Camera, dove il rischio dei franchi tiratori sarebbe considerato maggiore.

L’ipotesi di elezioni anticipate

Sul tavolo ci sarebbe anche una conseguenza estrema. La premier avrebbe fatto sapere attraverso i due vicepremier che una bocciatura della legge potrebbe portare alla crisi di governo e alle elezioni anticipate entro febbraio.

Una prospettiva che avrebbe anche un effetto diretto sui parlamentari alla prima legislatura: votando prima di aprile, non maturerebbero i requisiti necessari per il trattamento previdenziale. Un ulteriore elemento, dunque, destinato a pesare concretamente sulla battaglia parlamentare attorno alla nuova legge elettorale.