Debutta questa sera, martedì 1 settembre, la prima puntata in prima serata di “Verità Nascoste”, il programma condotto da Milo Infante su Retequattro. E l’esordio arriva con un contenuto esclusivo: una lettera firmata da Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco.
Un testo in cui una donna rimasta per anni ai margini del racconto mediatico sceglie di mettere per iscritto ciò che ha vissuto. «Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via», scrive in apertura. «Gli anni passano, la vita va avanti, ma certe vicende restano sempre con te».
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Il peso degli sguardi e la scelta del silenzio

Nella lettera Ligabò descrive una condizione di isolamento profondo: «Ci sono stati anni in cui mi sono sentita molto sola. Spesso avevo la sensazione che nessuno potesse capire davvero quello che stavamo vivendo».
La donna racconta di aver imparato a convivere con i giudizi, con le parole dette e con quelle taciute. «A volte il silenzio pesa più di tutto il resto», scrive, spiegando come qualsiasi tentativo di spiegazione le sia sempre sembrato inutile, destinato a essere letto come la giustificazione di una madre incapace di vedere la realtà.
Su questo punto la sua posizione è netta: «Io ho sempre saputo che Alberto era innocente e se avessi avuto un solo dubbio sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità». È proprio la percezione che questo non contasse per nessuno ad averla spinta, negli anni, a scegliere di non parlare.
La perdita del marito e il crollo della famiglia
C’è poi il passaggio più doloroso della missiva, quello in cui due eventi si susseguono a distanza ravvicinata. «Poi è arrivato il giorno in cui ho perso mio marito, il mio punto di riferimento, e quel mondo già a pezzi è crollato ancora di più».
Subito dopo, scrive, il figlio è entrato in carcere. «È come vedere la tua vita andare in frantumi, sapere che niente sarà mai più come prima. La mia famiglia non c’era più». Da lì, il ripiegamento su di sé e la ricerca faticosa di un equilibrio costruito giorno dopo giorno.
«Potevo sentirlo solo dieci minuti alla settimana»
Uno dei passaggi più concreti riguarda la quotidianità degli anni di detenzione. «Per anni ho potuto sentirlo solo 10 minuti alla settimana, attendevo quella chiamata con ansia», scrive la donna. Il colloquio, invece, durava un’ora a settimana.
Il lungo viaggio verso il carcere è descritto come il momento più atteso di tutta la settimana: il pacco con i vestiti, qualcosa da mangiare, conversazioni sul più e sul meno. «L’unica cosa che mi rendeva felice era sapere che, nonostante tutto, stava bene».
Da quell’esperienza, spiega, ha ricavato una consapevolezza precisa: «In quei momenti capisci che basta davvero poco per essere felici, tutto si riduce alle cose essenziali».
Il pensiero al figlio e il ricordo di Chiara
Nella parte finale la lettera si sposta sul presente. La madre parla dell’uomo che il figlio è diventato: «Sono orgogliosa dell’uomo che è diventato e spero per lui, con tutto il cuore, un futuro diverso».
Poi il passaggio dedicato alla vittima: «E poi c’è il ricordo di Chiara. Il tempo passa, ma non cancella le persone che abbiamo conosciuto e che hanno fatto parte della nostra vita». Quello che è accaduto, aggiunge, resta una tragedia, e il pensiero non può che andare anche a questo.
Nessuno spirito di rivincita
Ligabò racconta di essere stata colpita, negli ultimi tempi, dall’affetto ricevuto anche da sconosciuti: un saluto, una parola gentile, un incoraggiamento. «Sono gesti che hanno un valore enorme», scrive, dopo anni trascorsi chiusa nel proprio dolore.
E chiude escludendo qualsiasi rivendicazione: «Non ho mai vissuto tutto questo con spirito di rivincita. Ho imparato che il rancore non alleggerisce il peso delle cose, anzi lo aumenta».
L’ultimo desiderio espresso è tanto semplice quanto rivelatore di quanto pesino diciannove anni di vicenda: «Quello che porto dentro oggi è soprattutto il desiderio di poter vivere con un po’ di pace nel cuore».