Uno dei suoi lavori più emblematici è il reportage “Voci dal mondo dei vinti”, realizzato nel 1981. Inizialmente non trasmesso, il servizio trovò spazio l’anno successivo nel settimanale del Tg3, confermando l’attenzione di quella testata verso le realtà territoriali e le aree interne del Paese. Questo lavoro anticipava temi oggi centrali nel dibattito pubblico: spopolamento, marginalità, distanza dalle decisioni politiche. Marsico, con il suo approccio, ha contribuito a dare visibilità a storie che altrimenti sarebbero rimaste nell’ombra.
Con la scomparsa di Gigi Marsico, non solo perdiamo un grande giornalista, ma anche uno degli ultimi testimoni di una stagione pionieristica della Rai. Un’epoca in cui la televisione pubblica cercava di raccontare l’Italia intera, comprese le sue zone d’ombra. La sua eredità è un invito a riflettere sul ruolo del giornalismo nella società contemporanea, un richiamo a tornare a un’idea di giornalismo civile, capace di ascoltare prima ancora di parlare.
In un mondo in cui le notizie sono spesso ridotte a titoli sensazionalistici e a contenuti superficiali, il lavoro di Marsico ci ricorda l’importanza di un’informazione che si fa carico delle storie delle persone. La sua capacità di entrare in contatto con le vite degli altri, di dare voce a chi non ne ha, è un modello da seguire per le nuove generazioni di giornalisti. La sua morte segna non solo la fine di un’era, ma anche un’opportunità per riflettere su come possiamo continuare a raccontare le storie che contano.
La figura di Gigi Marsico rappresenta un faro in un mare di incertezze. La sua vita è stata dedicata a un giornalismo che non si limitava a riportare fatti, ma che cercava di comprendere e raccontare le complessità della vita umana. In un’epoca in cui la verità sembra essere sempre più sfuggente, il suo approccio ci invita a cercare di andare oltre le apparenze, a scavare più a fondo, a non accontentarci di risposte facili.
La sua eredità vive non solo nei suoi reportage, ma anche nell’ispirazione che ha dato a molti. Gigi Marsico ha dimostrato che il giornalismo può essere un potente strumento di cambiamento sociale, capace di dare voce a chi è spesso dimenticato. La sua vita è un monito a tutti noi: non dobbiamo mai perdere di vista l’umanità dietro le notizie, le storie che si celano dietro i numeri e le statistiche.
Con la sua scomparsa, ci troviamo di fronte a una domanda fondamentale: come possiamo continuare a raccontare le storie che meritano di essere ascoltate? La risposta non è semplice, ma il lavoro di Gigi Marsico ci offre una guida. Dobbiamo essere disposti ad ascoltare, a cercare le voci che spesso rimangono inascoltate, a dare spazio a chi vive ai margini. Solo così potremo onorare il suo lascito e continuare a costruire un’informazione che sia davvero al servizio della società.
In un momento in cui il mondo sembra diviso e polarizzato, la figura di Gigi Marsico ci ricorda l’importanza di un giornalismo che unisce, che cerca di comprendere e di raccontare le storie di tutti. La sua vita è stata un esempio di come il giornalismo possa essere un atto di amore verso l’umanità, un modo per costruire ponti e non muri. E mentre ci congediamo da lui, ci lasciamo ispirare dalla sua eredità, con la speranza che il suo spirito continui a vivere nel lavoro di chi, come lui, crede nel potere delle storie.



















