venerdì, Marzo 27

Decreto Fiscale 2026 approvato: cosa cambia davvero per tasse, pacchi e imprese

Il governo ha dato il via libera al nuovo Decreto Fiscale 2026, un provvedimento che interviene su alcuni dei punti più discussi degli ultimi mesi e che, di fatto, corregge diverse misure contenute nella precedente legge di bilancio. Non si tratta soltanto di ritocchi tecnici: in più di un caso l’esecutivo ha scelto di fare una vera e propria marcia indietro, nel tentativo di alleggerire tensioni con imprese, operatori economici e piccoli risparmiatori.

Il decreto tocca infatti nodi molto concreti, che riguardano da vicino il mondo dell’e-commerce, la tassazione dei dividendi e gli incentivi agli investimenti aziendali. Tre fronti molto diversi tra loro, ma accomunati da un dato politico preciso: il governo ha deciso di rivedere alcune misure che avevano sollevato forti perplessità per gli effetti potenzialmente negativi sul mercato.

Uno degli elementi più rilevanti riguarda il rapporto tra fisco e competitività. Da una parte c’era l’esigenza di rafforzare il controllo su alcuni fenomeni, come il boom dei piccoli pacchi provenienti dall’estero; dall’altra la necessità di non penalizzare in modo eccessivo consumatori, imprese e investitori. Il risultato è un decreto che prova a trovare un equilibrio, ma che mostra anche con chiarezza come alcune delle scelte iniziali siano state considerate difficilmente sostenibili.

Le modifiche approvate dal Consiglio dei ministri hanno quindi un valore doppio: pratico, perché cambiano davvero regole e tempi di applicazione; politico, perché segnalano una correzione di rotta su dossier che negli ultimi mesi erano diventati molto delicati.

Slitta la tassa sui piccoli pacchi

Tra i punti più discussi del nuovo decreto c’è il rinvio della cosiddetta tassa sui piccoli pacchi, inizialmente prevista in misura pari a due euro. Il governo ha deciso di far slittare l’entrata in vigore della misura al 1° luglio 2026.

L’obiettivo originario era quello di intervenire sul massiccio flusso di spedizioni a basso valore provenienti soprattutto dall’Asia, in particolare dalla Cina, cercando di riequilibrare la concorrenza con gli operatori europei dell’e-commerce. Nel dibattito pubblico, infatti, il tema era stato spesso collegato alla crescita di piattaforme come Shein, Temu e Alibaba, accusate di beneficiare di condizioni di mercato più vantaggiose rispetto ai concorrenti tradizionali.

Il problema, però, è che la misura si è rivelata poco efficace già in fase di impostazione. Molti operatori, infatti, sono riusciti ad aggirarla facendo transitare le spedizioni attraverso altri Paesi dell’Unione europea, in particolare la Francia. Per questo l’esecutivo ha scelto di rinviare l’applicazione della tassa nazionale, in attesa dell’entrata in vigore di una tariffa unica europea da tre euro, che dovrebbe rendere più difficile eludere il pagamento grazie a un coordinamento tra Stati membri.

Stop alla stretta sui dividendi

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