giovedì, Giugno 25

Askatasuna, la teoria di Concita De Gregorio sugli scontri: “A chi conviene davvero il caos?”

Gli scontri avvenuti sabato a Torino durante il corteo pro Askatasuna continuano a generare polemiche e riflessioni che vanno oltre il bilancio dei danni e dei feriti. Vetrine infrante, bancomat distrutti, violenze diffuse e un agente di polizia di 29 anni finito in ospedale dopo una brutale aggressione hanno trasformato una manifestazione in un vero e proprio scenario di guerriglia urbana.

Ma il dibattito, nelle ore successive, si è spostato sempre più dal piano della cronaca a quello dell’interpretazione politica e culturale.

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La domanda che ribalta il racconto

A proporre una lettura alternativa è stata Concita De Gregorio, che ha invitato a cambiare prospettiva. Secondo la giornalista, il punto centrale non sarebbe soltanto chi ha materialmente compiuto le violenze, ma soprattutto perché e a chi convenga che uno scontro di questo tipo esploda nel cuore di una città.

La domanda, volutamente provocatoria, è netta: a chi giova che un poliziotto venga colpito durante una manifestazione? Alla causa dei manifestanti o piuttosto al governo, che può rafforzare una linea securitaria e giustificare risposte più dure?

Il richiamo alla strategia della tensione

Nel suo ragionamento, De Gregorio richiama un principio storico noto, quello della strategia della tensione, chiarendo che i contesti sono diversi ma che il meccanismo appare simile: alzare il livello dello scontro per legittimare interventi repressivi e stringere il campo del dissenso.

Da qui l’interrogativo più ampio: l’Italia ha davvero imparato dalle stagioni più buie della sua storia o rischia di riproporre schemi già visti, seppur in forme nuove?

Volti noti e violenze prevedibili

Un altro elemento sottolineato riguarda l’identità di chi ha guidato le violenze. Secondo diversi resoconti, fin dalle prime ore del mattino erano presenti persone incappucciate e armate di spranghe, facilmente riconoscibili anche dai passanti.

Figure che, secondo questa analisi, non sarebbero affatto sconosciute né alle forze dello Stato né ad alcune aree del movimento. Non solo presunti stranieri, ma anche italiani, spesso gli stessi, che si mescolano ai cortei pacifici e ne prendono la testa nel momento decisivo.

La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: perché lasciarli passare? Perché fingere di non vederli e accettare che guidino manifestazioni di migliaia di persone?

Responsabilità che attraversano gli schieramenti

Secondo De Gregorio, la tolleranza verso queste frange violente rappresenta una forma di connivenza implicita che finisce per danneggiare tutti. Una parte della sinistra, nel non prendere nettamente le distanze, finirebbe per rafforzare la narrativa della destra, fondata sull’emergenza sicurezza.

Due posizioni apparentemente opposte, ma speculari nel risultato: alimentare uno scontro binario che semplifica la realtà e radicalizza il dibattito pubblico.

Una democrazia sotto pressione

Difendere spazi sociali e diritti attraverso la violenza, come nel caso di Askatasuna, produce l’effetto opposto: delegittima le ragioni della protesta e offre un assist politico a chi invoca leggi più dure.

La conclusione è un monito chiaro: l’aumento della tensione non è mai neutrale. Se il tornaconto del governo appare evidente, quello degli antagonisti resta oscuro. Continuare a difendere l’indifendibile non è solo un errore politico, ma un danno collettivo che rischia di indebolire una democrazia già fragile.

L’invito finale è a non fare finta di nulla e a interrogarsi seriamente sulle responsabilità, prima che la spirale dello scontro diventi il pretesto per nuove restrizioni e per un ulteriore arretramento dei diritti di tutti.

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