«Il mandato era di posizionare un ordigno esplosivo e farlo esplodere». Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, due dei quattro presunti esecutori avellinesi dell’attentato del 16 ottobre a Sigfrido Ranucci, smentiscono Valter Lavitola.
Nel tentativo di attenuare la propria posizione e far cadere le accuse di detenzione e utilizzo di esplosivo aggravate dal metodo mafioso, lo scorso 12 agosto il faccendiere, interrogato dal gip Iole Moricca, aveva ammesso di essere il mandante dell’attentato al giornalista, ma aveva sostenuto di aver solo suggerito al mediatore Clesio Gomes Tavares di sparare tre o quattro proiettili sul muretto di cinta di casa del conduttore di Report. Circostanza che gli esecutori hanno negato.
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La versione degli esecutori: “Un atto dimostrativo”

D’Avino e Passariello hanno ribadito quanto dichiarato dopo l’arresto, quando si erano avvalsi della facoltà di non rispondere e avevano reso spontanee dichiarazioni: il mandato ricevuto da Tavares, dipendente del ristorante di Lavitola e suo socio in Africa nell’affare carbon credit, non prevedeva di ferire qualcuno.
«Era nu’ cinema», avrebbero detto al pm Edoardo De Santis, secondo cui nessuno si sarebbe dovuto fare del male: il mandato era organizzare un atto eclatante ma dimostrativo. Con gelatina da cava, quel 16 ottobre 2025 dovevano far saltare in aria l’auto del conduttore Rai, senza provocare altri danni. Un lavoro pagato 3mila euro in contanti, da dividere in quattro. Una tesi che secondo le difese dovrebbe far cadere l’aggravante del metodo mafioso, contestata dai pm.
“Non conosciamo né Ranucci né Lavitola”
Come già emerso dalle indagini, i due esecutori materiali hanno sostenuto di non aver mai conosciuto Lavitola e che Tavares, l’unico con cui hanno avuto rapporti, non avesse confidato loro per conto di chi dovessero piazzare l’esplosivo davanti casa del giornalista. Hanno anche detto di non conoscere lo stesso Ranucci: «Non lo conosco e neanche cosa sia Report», avrebbe detto uno dei presunti esecutori materiali. Alla domanda su Lavitola, la risposta sarebbe stata analoga: «Non so chi sia».
Il movente secondo la Procura
La Procura sostiene che Lavitola abbia organizzato l’attentato puntando a un incremento di popolarità dell’amico, in modo da spingerlo in politica. Il faccendiere, interrogato, aveva raccontato di volere diventare il produttore di Report e, quando il giornalista era finito sotto attacco, di avere consigliato a Ranucci, sempre più esposto, di scegliere la strada di Michele Santoro, che produceva le sue trasmissioni con una società esterna.
Aveva quindi giustificato l’attentato dicendo di aver messo in atto il piano per proteggere l’amico e fargli rafforzare la scorta, perché aveva saputo di un imminente attentato organizzato da uomini dei servizi segreti israeliani. Un pericolo del quale diceva di aver avvisato Ranucci, che sul punto lo ha smentito.
Cosa non torna tra le due versioni
Assistiti dagli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, i due presunti esecutori starebbero anche cercando di alleggerire la propria posizione. La tesi di una “sceneggiata senza conseguenze” collima per certi versi con quanto dichiarato finora da Lavitola, e l’ammissione di responsabilità unita alla collaborazione offerta potrebbe aiutarli a ottenere la scarcerazione e gli arresti domiciliari.
La posizione di Lavitola resta però fragile: il faccendiere si vede smentita dai due la tesi di aver dato mandato di “sparare quattro colpi di pistola” contro la casa di Ranucci. E in ogni caso l’idea che far esplodere l’auto di un giornalista potesse mettere al riparo da qualsiasi rischio altre persone regge a fatica.
Il braccio destro di Lavitola parla dal Camerun
Intanto il braccio destro del faccendiere, incaricato da Lavitola di rivolgersi a contatti della malavita per trovare l’esplosivo e realizzare l’attentato, è tornato a parlare in tv, intervistato in Camerun dal Tg1. L’uomo ammette di conoscere gli arrestati e ribadisce di essere estraneo ai fatti: «Valter è mio socio, so chi sono alcuni degli arrestati».
Tavares ripete di voler tornare in Italia: «Sono sicuro che sarò un uomo libero. Solo il tempo per verificare che non c’entro niente in tante cose. Non sono latitante, se volessi scappare andrei in Russia dove conosco e dove nessuno potrebbe chiedere estradizione». La Procura di Roma ha già chiesto l’estradizione al Camerun per l’uomo, che oltre che dell’attentato si occupa di concessioni di foreste di mangrovie nel Paese africano.
Le mosse delle difese
Gli avvocati di D’Avino e Passariello annunciano che presenteranno un’istanza per l’attenuazione, «se non la revoca», della misura cautelare, aprendo anche all’ipotesi del rito abbreviato. Sergio Cola, legale di Lavitola, nega invece che le dichiarazioni dei presunti esecutori smentiscano la versione del suo assistito: «Sulla base di quello che si apprende, la versione di Valter Lavitola non è smentita, anzi sembrerebbe essere riscontrata parzialmente o totalmente».
In vista del Riesame previsto per il 7 settembre, occasione per un raffronto diretto tra le versioni, Cola annuncia che chiederà alla procura l’acquisizione della copia degli interrogatori. Nei prossimi giorni sono previsti gli interrogatori degli altri due indagati: Saverio Mutone, anch’egli in carcere, e Marika De Filippis, compagna di D’Avino, attualmente ai domiciliari.