Un episodio che ha lasciato un segno profondo: “Mi sono sentita fuori casa in casa mia”, ha raccontato, riferendosi a Milano come alla città in cui ha vissuto per molti anni. Il senso di smarrimento nasce soprattutto dal contrasto tra i messaggi di pace proclamati dal corteo e l’atteggiamento aggressivo riservato a chi stava semplicemente documentando l’evento.
La solidarietà della redazione
Dopo l’accaduto, la giornalista ha contattato immediatamente la propria redazione, ricevendo pieno supporto e solidarietà. Un sostegno che, sottolinea, l’ha fatta sentire tutelata dal punto di vista professionale, pur non cancellando l’amarezza per quanto vissuto in strada.
Resta la convinzione che nessun giornalista dovrebbe temere per la propria incolumità mentre lavora, soprattutto in contesti pubblici come le manifestazioni. Raccontare i fatti dal vivo, e non attraverso i social, è parte essenziale del mestiere.
La domanda finale
Ripensando all’episodio, ciò che rimane è una domanda che la cronista pone apertamente: perché, di fronte a un’aggressione verbale subita da una donna mentre lavora, alcune realtà che si definiscono paladine dei diritti tacciono?
Un interrogativo che va oltre il singolo episodio e che riapre il dibattito sul rapporto tra libertà di stampa, diritto di cronaca e clima sempre più teso nelle piazze italiane.



















