Il tempismo, a volte, sembra fatto apposta. Proprio nel giorno in cui Beppe Grillo torna ad attaccare frontalmente il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, alla Camera ricompare Luigi Di Maio, l’uomo che quel Movimento lo ha guidato fino al trionfo del 33 per cento. Oggi Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico, l’ex vicepremier era a Montecitorio per un’audizione davanti alla Commissione Esteri. Ma inevitabilmente le domande dei cronisti sono finite altrove. E la sua risposta è già diventata un piccolo caso: “Se i palazzi hanno cambiato il Movimento? Non mi esprimo su questo, chiedetelo ai palazzi!”.
Una battuta fulminante, pronunciata rispondendo al Foglio, che fotografa perfettamente il nuovo Di Maio: distaccato, ironico, ormai lontano anni luce dalle battaglie interne della sua ex creatura politica. Ma non per questo privo di frecciate.
La lettura di Di Maio: “Grillo parla perché arriva la sentenza sul simbolo”

Perché al di là dell’ironia, l’ex capo politico pentastellato un’analisi l’ha concessa. E non è banale. Secondo Di Maio, il ritorno in scena del fondatore non sarebbe casuale: “Queste dichiarazioni sono legate al fatto che c’è una sentenza che deve arrivare sul simbolo. Quindi è normale che una parte utilizzi i valori fondanti e fondamentali per rivendicare una parte o l’integrità di quel simbolo”.
Una chiave di lettura che sposta tutto sul piano legale: la guerra tra Grillo e Conte, insomma, non sarebbe (solo) una questione di ideali traditi, ma una battaglia per la proprietà del marchio Cinque Stelle. Nel suo blog, il fondatore aveva scritto che il Movimento “ha perso la sua identità e, soprattutto, la sua diversità” e che i suoi eredi “si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”. Parole a cui Conte ha replicato al veleno, rinfacciando a Grillo di aver definito Draghi “un grillino”.
Il ritorno a Montecitorio tra saluti e ironia
La giornata romana di Di Maio è stata anche un piccolo amarcord. Prima dell’audizione, l’ex ministro degli Esteri ha schivato le domande con una battuta: “Voi siete tutti qui per domande sullo stretto di Hormuz, vero?”. Poi il passaggio nella sala fumatori, tra saluti ai vecchi colleghi ancora nel Movimento, esponenti del Pd come Peppe Provenzano e Benedetto Della Vedova di +Europa, suo ex sottosegretario alla Farnesina.
Nel corso dell’audizione, spazio anche ai dossier internazionali che oggi sono il suo pane quotidiano. Su Giorgia Meloni, parole concilianti: “L’Italia credo abbia fatto una cosa molto interessante riguardo alla sicurezza e alla Difesa: ha invitato l’Arabia Saudita nel programma Gcap del nuovo caccia di sesta generazione”. E sull’Iran, la linea della diplomazia: “Sia noi sia gli Stati Uniti non vogliamo un Iran con la bomba atomica, ma per l’Europa l’unica soluzione è un accordo diplomatico”.
Il grillino che si fece diplomatico: una parabola unica
Resta l’immagine di una parabola politica senza precedenti: da capo politico del partito anti-casta a rappresentante Ue nel Golfo Persico, dai vaffa-day alle audizioni sulla crisi di Hormuz. Mentre Grillo e Conte si contendono le macerie del Movimento a colpi di post e sentenze, l’uomo che lo portò al massimo storico osserva da lontano, con il sorriso di chi ha voltato pagina.
E chissà che quella battuta, “chiedetelo ai palazzi”, non contenga più verità di mille analisi: i palazzi, alla fine, hanno cambiato tutti. Qualcuno, semplicemente, ha imparato ad abitarli meglio degli altri.