Secondo gli inquirenti, la scelta del luogo e le modalità utilizzate escludono l’ipotesi di un gesto d’impeto. Al contrario, emergerebbe un piano preciso, finalizzato a nascondere il corpo e a guadagnare tempo.
L’ultimo audio di Federica Torzullo
In questo quadro già drammatico, un elemento cambia la prospettiva dell’intera vicenda. Poche ore prima di morire, Federica aveva inviato un messaggio vocale alla madre. Non un audio di paura, non una richiesta d’aiuto esplicita. Un messaggio normale, quotidiano, che oggi assume un valore devastante.
In quel vocale, Federica chiede alla madre se può andare a prendere il figlio di dieci anni intorno alle sette del mattino. Spiega che da lì avrebbe raggiunto Fiumicino per poi partire verso la Basilicata. Nessun allarme, nessun panico. Solo l’organizzazione pratica di una partenza.
È la voce di una donna che ha deciso di andarsene. Di mettere distanza. Di proteggere se stessa e suo figlio.
La fuga che ha scatenato la violenza
Secondo gli investigatori, proprio quella decisione rappresenterebbe la miccia dell’omicidio. Federica stava rompendo l’ultimo legame di controllo. Stava lasciando la casa, il marito, una situazione che non riteneva più sostenibile.
In quell’atto di libertà, semplice e definitivo, si sarebbe innescata la furia omicida. Non un gesto improvviso, ma una reazione alla perdita di dominio, al rifiuto di essere ancora controllata.
Una voce che resta
Oggi quell’audio è uno degli elementi più dolorosi dell’inchiesta. Non solo una prova, ma un simbolo. La testimonianza di ciò che avrebbe dovuto accadere e che non è stato.
La voce di Federica Torzullo, così concreta e quotidiana, racconta una normalità interrotta. Racconta una donna che stava scegliendo per sé, che stava provando a salvarsi. Ed evidenzia, con una forza insostenibile, che la sua morte non è arrivata all’improvviso, ma nel momento esatto in cui aveva iniziato a riprendersi la propria libertà.
















