Il caso Garlasco torna al centro dell’attenzione pubblica con un doppio sviluppo che intreccia giustizia e informazione. Da una parte, la condanna in primo grado per diffamazione nei confronti di due esponenti del programma televisivo Le Iene, dall’altra l’emersione di due nuove testimonianze che riaccendono interrogativi su persone già finite, in passato, al centro del dibattito mediatico legato all’omicidio di Chiara Poggi.
La sentenza, pronunciata alla fine di ottobre ma resa nota solo ora, riguarda un servizio andato in onda nel 2022 e ritenuto lesivo della reputazione della famiglia Cappa, parenti della giovane uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli a Garlasco. La notizia è emersa nel momento in cui la trasmissione è tornata a occuparsi del caso, presentando nuove dichiarazioni definite “inedite”.
La condanna per diffamazione
Secondo quanto stabilito dal tribunale di Milano, il servizio contestato avrebbe insinuato, in modo ritenuto non corretto, un possibile coinvolgimento di Stefania Cappa nell’omicidio, nonostante la donna non sia mai stata indagata. Nelle motivazioni della sentenza si sottolinea come la narrazione televisiva abbia proposto una ricostruzione giudicata parziale, capace di generare nel pubblico un sospetto privo di fondamento giudiziario.

Al centro della contestazione vi è l’utilizzo delle dichiarazioni rese all’epoca da Marco Muschitta, tecnico del gas che nel 2007 aveva affermato di aver visto una ragazza bionda allontanarsi dalla casa dei Poggi in bicicletta la mattina del delitto, salvo poi ritrattare integralmente il racconto. Quelle parole erano già state ritenute inattendibili dagli inquirenti e prive di valore probatorio.
Il giudice ha ritenuto che il servizio televisivo non abbia chiarito in modo adeguato l’inutilizzabilità di quelle dichiarazioni, contribuendo così a una rappresentazione fuorviante dei fatti. Da qui la condanna a una multa e al risarcimento in favore della parte civile.
La distinzione tra processo mediatico e giudiziario
Nelle motivazioni della sentenza viene ribadito un punto centrale: il procedimento per diffamazione non ha lo scopo di rivalutare l’omicidio di Chiara Poggi né di rimettere in discussione le sentenze definitive che hanno riguardato Alberto Stasi, condannato in via definitiva per il delitto.
Le criticità emerse nel corso degli anni, le riaperture investigative e le nuove ipotesi non rientrano nell’oggetto del giudizio per diffamazione, che si è concentrato esclusivamente sulla tutela della reputazione delle persone chiamate in causa dal servizio televisivo.
Le nuove testimonianze emerse
Parallelamente alla vicenda giudiziaria, la trasmissione ha mandato in onda due testimonianze mai formalizzate in precedenza. Si tratta delle dichiarazioni di una donna e di un uomo che affermano di aver visto, la mattina del 13 agosto 2007, movimenti sospetti nei pressi della casa dei Poggi.
La prima testimone sostiene di aver riconosciuto la zia di Chiara Poggi alla guida di un’auto nei dintorni dell’abitazione, in una fascia oraria compresa tra le 9 e le 10 del mattino. La donna ha aggiunto di nutrire il dubbio che davanti all’auto potesse esserci anche una giovane in bicicletta.
La seconda testimonianza è quella di un uomo che afferma di aver visto una ragazza bionda in bicicletta con un oggetto in mano, compatibile con un attrezzo da camino. Un racconto che, sebbene privo di certezze sull’identità della persona osservata, richiama in parte quanto dichiarato anni prima da Muschitta.
Il nodo dell’attendibilità
Entrambe le testimonianze non sono mai state acquisite formalmente all’epoca dei fatti. Gli stessi testimoni spiegano il lungo silenzio con il timore di essere coinvolti in un’indagine complessa e mediatizzata. Resta ora da capire se e in che misura queste dichiarazioni possano essere considerate attendibili e utili dagli inquirenti.
Al momento, l’unico indagato nell’attuale filone investigativo aperto dalla Procura di Pavia resta Andrea Sempio. Spetterà agli investigatori valutare se le nuove parole possano apportare elementi concreti o se si tratti di ricostruzioni tardive, difficili da verificare a distanza di quasi vent’anni.
Un caso che continua a dividere
A distanza di anni, il delitto di Garlasco continua a generare attenzione, polemiche e interrogativi. La condanna per diffamazione segna un punto fermo sul piano della responsabilità mediatica, mentre le nuove testimonianze dimostrano come il caso resti, nell’opinione pubblica, tutt’altro che chiuso.
Tra sentenze definitive, riaperture investigative e narrazioni televisive, il confine tra verità giudiziaria e percezione collettiva resta sottile. Ed è proprio su questo confine che, ancora una volta, il caso Poggi torna a far discutere.
















