Mario Giuliacci annuncia azioni legali contro chi lo ha insultato sui social dopo le previsioni sulla fine dell’ondata di caldo africano. In un messaggio pubblicato sui propri canali, il meteorologo apre senza preamboli: “Molti di voi saranno denunciati per offese alla mia persona”.
La vicenda nasce sulla pagina Facebook Meteo Giuliacci, seguita da centinaia di migliaia di utenti, dove negli ultimi giorni si sono accumulati commenti aggressivi e attacchi personali. Il motivo: alcune indicazioni sulla conclusione imminente della lunga fase di caldo che poi, nei tempi annunciati, non si sono verificate.
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Cosa ha scritto
Nel suo intervento il meteorologo traccia una distinzione precisa tra la critica e l’offesa. Essere un personaggio pubblico, scrive, “comporta una maggiore esposizione alla critica”, ma questo non autorizza “insulti gratuiti, accuse false o attribuzione di fatti disonorevoli non verificati”.
Richiama poi l’articolo 595 del Codice penale, elencandone i presupposti: l’assenza della persona offesa, la comunicazione dell’espressione lesiva ad almeno due persone, la diffusione di offese o accuse false, anche attraverso i social network.

Cosa dice davvero la norma
Qualche precisazione utile, perché sulla diffamazione online circolano molte imprecisioni.
Quando l’offesa è recata con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità — categoria in cui rientrano pacificamente i social network secondo la giurisprudenza consolidata — si applica il terzo comma dell’articolo 595, che prevede la reclusione da sei mesi a tre anni oppure la multa non inferiore a 516 euro.
C’è però un aspetto che quasi nessuno menziona e che è decisivo sul piano pratico: la diffamazione è procedibile a querela della persona offesa, da presentare entro tre mesi dal giorno in cui si è avuta notizia del fatto. Annunciare denunce su una pagina Facebook non produce di per sé alcun effetto giuridico: serve un atto formale, depositato nei termini, e l’identificazione degli autori dei commenti.
Va infine ricordata la distinzione che regge tutto l’impianto: la critica, anche aspra, è tutelata dalla libertà di manifestazione del pensiero purché resti nei limiti della continenza espressiva e non trascenda nell’attacco personale. È esattamente il confine che Giuliacci indica nel suo messaggio.
Le scuse che non sono bastate
Un dettaglio che aiuta a capire il caso. Nei giorni precedenti allo sfogo, lo stesso Giuliacci si era pubblicamente scusato con i propri follower, riconoscendo che la tempistica indicata per la fine del caldo non aveva funzionato.
Un gesto di trasparenza che non ha placato gli animi più ostili. Ed è forse il punto più interessante della vicenda: l’ammissione dell’errore, che in un contesto scientifico è la normalità, sui social non ha ridotto l’aggressività ma l’ha alimentata.
Perché una previsione non è una promessa
Il cortocircuito è tutto qui. Una previsione meteorologica è un’affermazione probabilistica: dice cosa è più verosimile che accada, con un margine di errore che cresce rapidamente con l’orizzonte temporale. Entro tre o quattro giorni l’affidabilità è alta; oltre i sette si parla di tendenza, non di appuntamento.
Una parte del pubblico, però, riceve la previsione come un impegno preso, e ne vive il mancato rispetto come una promessa tradita. È un fenomeno amplificato dal formato social, dove il titolo secco — “ecco quando finisce il caldo” — viaggia molto più della cautela metodologica che dovrebbe accompagnarlo.
In una stagione come questa, con la quarta ondata di calore dell’estate e settimane di temperature ben sopra la media, l’attesa della tregua ha reso quel meccanismo particolarmente esplosivo.
Chi è Mario Giuliacci
Colonnello in congedo dell’Aeronautica Militare, per anni volto delle rubriche meteorologiche televisive, Giuliacci ha 85 anni e ha costruito una seconda vita professionale interamente sulle piattaforme digitali, con video quotidiani distribuiti tra Facebook, Instagram, TikTok e YouTube.
È una delle poche figure della divulgazione scientifica italiana capaci di muovere numeri paragonabili a quelli dei creator. Il che, come dimostra questa vicenda, comporta anche esporsi alla parte peggiore di quel pubblico.