C’è un filo che collega direttamente le esplosioni sullo Stretto di Hormuz alle buste paga dei pensionati italiani. Non è immediato da vedere, ma è reale e si chiama inflazione energetica. La crisi legata al conflitto in Medio Oriente sta spingendo i prezzi dell’energia verso l’alto, e quell’aumento si traduce — con il meccanismo automatico della rivalutazione degli assegni previdenziali — in una spesa pensionistica che cresce ogni anno di più, rischiando di diventare uno dei principali problemi della prossima manovra di bilancio.
I numeri: da 343 miliardi a quasi 380 in due anni

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Nel 2025 il sistema previdenziale italiano è costato quasi 343 miliardi di euro. Una cifra già enorme, ma destinata a crescere rapidamente. Secondo le stime del Documento di Finanza Pubblica del governo, la spesa pensionistica sfiorerà i 366 miliardi nel 2027 e arriverà a quasi 380 miliardi entro il 2029. Un salto di oltre 35 miliardi in quattro anni — in gran parte determinato dall’inflazione generata dalla crisi energetica.
Il meccanismo è semplice: le pensioni si rivalutano in base all’inflazione dell’anno precedente. Il DFP stima già una rivalutazione del +2,8% nel 2026 e — soprattutto — del +3,8% nel 2027, anno in cui si scaricherebbe pienamente l’impatto dell’inflazione 2026. Il governo ha già rivisto le stime sull’inflazione: dall’1,5% all’1,7% di ottobre scorso al 2,4-2,9% attuale, ipotizzando che rimanga elevata per un biennio.
Hormuz e il rischio di nuovi ritocchi al rialzo in autunno
Ma le cose potrebbero andare peggio. Se la crisi dello Stretto di Hormuz dovesse prolungarsi oltre le previsioni attuali, le stime di inflazione potrebbero essere riviste ulteriormente al rialzo in autunno, in vista della manovra di bilancio. Il che significa che il conto pensioni potrebbe crescere ancora di più rispetto a quanto già previsto — con impatti significativi sulla sostenibilità dei conti pubblici e sulla capacità del governo di rispettare i vincoli europei.
La Corte dei Conti: “Il controllo della spesa previdenziale è decisivo”
La Corte dei Conti ha lanciato l’allarme in modo esplicito nella sua recente audizione parlamentare sul DFP. Per le prestazioni sociali — pensioni in testa — “l’aggiornamento delle tendenze rende esplicito, una volta di più, come il controllo della spesa nel comparto in questione si configuri decisivo per qualsivoglia credibile piano di rientro dal debito e di rispetto dei vincoli europei alla crescita della spesa netta complessiva”. Un avvertimento che arriva in coro con quelli già formulati dalla Commissione Europea e dalla Banca d’Italia.
Il quadro demografico aggrava tutto. Il tasso di dipendenza degli anziani — il rapporto tra la popolazione over 65 e quella attiva — è destinato a salire dal 38% attuale al 62% nei prossimi 15 anni. Meno lavoratori che pagano i contributi, più pensionati da pagare: la forbice si allarga inevitabilmente.
Il nodo politico: la promessa di flessibilità rimasta sulla carta
C’è anche un problema politico che si intreccia con quello finanziario. Il programma con cui Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi nell’autunno del 2022 prevedeva esplicitamente flessibilità in uscita dal lavoro e accesso facilitato alla pensione per favorire il ricambio generazionale. Obiettivi rimasti sulla carta. Le quattro leggi di bilancio del governo Meloni hanno invece improntato il sistema alla sostenibilità, frenando le deroghe alla riforma Fornero — con risultati concreti: nel 2025 i flussi di pensionamento si sono ridotti del 3,2%, con un calo del 7,1% dei trattamenti anticipati.
Un sistema più rigido ma più solido — almeno per il momento. La guerra in Iran, però, ha introdotto una variabile che nessun modello previdenziale aveva previsto. E il conto potrebbe essere molto più salato del previsto.