mercoledì, Agosto 5

La lettera di dimissioni dal TG1 scritta nel 2010 che sembra scritta oggi

Era il 21 maggio 2010. Maria Luisa Busi, giornalista e conduttrice storica del TG1, lasciava la conduzione dell’edizione delle 20 con una lettera destinata al direttore Augusto Minzolini. Una lettera che allora fece rumore, venne pubblicata sui giornali, scatenò dibattiti. E poi, come spesso accade in Italia, fu dimenticata. Rileggerla oggi — quindici anni dopo — fa un effetto strano. Perché sembra scritta ieri mattina.

Chi era Maria Luisa Busi e perché lasciò

Nata a Milano nel 1964, cresciuta a Cagliari, Busi era entrata in Rai dopo un’esperienza nell’emittente sarda Sardegna Uno. Dal 1991 conduceva il TG1, prima con Unomattina, poi con l’edizione principale delle 20 — la più seguita, quella che per decenni ha costruito e demolito consensi, governato l’agenda pubblica, formato l’opinione di milioni di italiani.

Nel marzo del 2010 aveva già alzato la voce, in un’intervista a Repubblica, denunciando il clima interno al giornale dopo l’allontanamento di alcuni colleghi. Minzolini le aveva inviato una lettera di contestazione formale. Due mesi dopo, la rottura definitiva.

La lettera: parole che bruciano ancora

La lettera di dimissioni di Busi è un documento raro nel panorama del giornalismo italiano — non per il gesto in sé, ma per la lucidità e il coraggio con cui descrive quello che stava accadendo. Vale la pena rileggerla per intero, perché ogni riga risuona con il presente.

“Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori”, scriveva Busi. E poi: “Oggi l’informazione del TG1 è un’informazione parziale e di parte”.

Ma il passaggio più potente, quello che ancora oggi fa fermare chi legge, è quello dedicato all’Italia invisibile — quella che il telegiornale aveva scelto di non raccontare:

“Dov’è il Paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio?”

2010 o 2026? La domanda è lecita

Sostituiamo mentalmente alcune cifre. I giovani precari a 800 euro al mese del 2010 sono i giovani precari a 900 euro al mese del 2026. Le donne che aspettano mesi per una mammografia sono le stesse — anzi, le liste d’attesa sono cresciute. Gli asili nido con posti insufficienti esistono ancora, e il tasso di natalità italiano ha toccato minimi storici. I quarantenni che non riescono a mettere al mondo un figlio sono una generazione intera che ha smesso di farlo.

L’Italia che Busi descriveva nel 2010 — quella reale, quella che fatica, quella che non arriva a fine mese — è ancora lì. Cambia qualche dettaglio, restano le strutture. E l’informazione pubblica? Ognuno è libero di rispondere da solo.

La chiusura: il rispetto per i telespettatori

La lettera si concludeva con un appello che aveva il tono di un testamento professionale: “Credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere”.

Maria Luisa Busi lasciò. Tentò una trasmissione su Rai 3, sospesa dopo un mese per scarsi ascolti. Scrisse un libro, Brutte Notizie, nel quale raccontò le influenze politiche sul giornalismo italiano. Poi, gradualmente, si allontanò dai riflettori. Come spesso accade a chi dice la verità nel momento sbagliato.

La lettera, però, è ancora lì. E vale più oggi di quanto non valesse allora.