Il fiscal drag torna a mordere stipendi e pensioni. E questa volta può valere fino a quasi 13 miliardi in due anni. Nuove simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, aggiornate alle previsioni di giugno della Banca d’Italia, stimano per il 2026-2027 almeno 8 miliardi di drenaggio fiscale prodotto dall’inflazione: circa 6 miliardi a carico dei lavoratori dipendenti e 2 miliardi dei pensionati. Con un’inflazione più alta il conto supera i 9 miliardi. Nello scenario più severo sfiora i 13 miliardi.
Un paradosso che arriva proprio mentre il governo Meloni cerca risorse per alleggerire l’Irpef del ceto medio. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha appena confermato che la riduzione delle imposte sui redditi medi resta una delle priorità della prossima manovra. Tra le ipotesi sul tavolo c’è l’estensione dell’aliquota del 33% fino a 60mila euro. Ma mentre il governo taglierà da una parte, l’inflazione toglie dall’altra.
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Come funziona la tassa invisibile
L’inflazione, nel frattempo, gioca a favore dell’erario. I prezzi salgono, i redditi provano a rincorrerli con i rinnovi dei contratti, gli aumenti o qualche straordinario in più. Ma gli scaglioni e le detrazioni restano fermi, perché non indicizzati all’inflazione. Così una parte degli aumenti, invece di compensare il caro vita, viene assorbita dalle tasse. È il fiscal drag, la vecchia tassa invisibile dell’inflazione.
Nessuno la nota perché nessuno vede un aumento di aliquota. Non c’è decreto governativo che la dichiara. Non c’è protesta parlamentare che la combatte. Eppure funziona come una vera e propria imposta aggiuntiva, silenziosamente estratta dalle buste paga e dai cedolini pensionistici di milioni di italiani.
Il meccanismo è perverso nella sua semplicità. Se tu guadagni 30mila euro e l’inflazione te ne consuma 1.500 nel potere d’acquisto, il tuo reddito nominale diventa 31.500 euro per compensare. Ma quella fascia intermedia, quella fascia dove incide l’aumento nominale senza l’indicizzazione dello scaglione, finisce tassata a un’aliquota più alta. È il fiscal drag.
Le stime di Leonardi e Rizzo
La simulazione di Leonardi e Rizzo parte dalle ultime stime di Banca d’Italia: inflazione al 3,1% nel 2026 e al 2% nel 2027. Nel biennio significa un aumento cumulato dei prezzi del 5,2%, i due tassi annui si combinano, non si sommano. È lo scenario centrale e produce già 8,1 miliardi di fiscal drag.
Se l’inflazione cumulata sale al 6%, nello scenario avverso di Bankitalia, il drenaggio arriva a 9,35 miliardi. Con l’8,2%, nello scenario più severo, tocca quota 12,74 miliardi: 9 miliardi a carico dei lavoratori e quasi 4 miliardi dei pensionati. Non è uno scenario fantascientifico: è una proiezione statistica su dati reali.
La distribuzione del prelievo, inoltre, non è casuale. Colpisce soprattutto chi ha redditi tra i 20mila e i 50mila euro, la classe media lavoratrice, mentre per i redditi più alti l’impatto relativo al lordo è minore. È una tassa che ferisce dove il ceto medio ancora respira.
La storia si ripete: il 2022-2023
La storia si ripete. La grande fiammata inflazionistica del 2022-2023 aveva già prodotto, secondo i due economisti, circa 25 miliardi di maggiore prelievo. Poi è arrivata la tregua del biennio 2024-2025, con l’inflazione tornata su livelli molto più bassi. Ora il meccanismo riparte.
Nel conto c’è anche il ritardo dei contratti. Secondo Leonardi e Rizzo, ogni mese senza recupero dell’inflazione riduce il salario reale e abbassa il costo del lavoro, dando alle imprese un incentivo a rinviare i rinnovi. Si innesta un circuito vizioso: i salari non recuperano, il fiscal drag si accumula, il potere d’acquisto cala ancora.
«Quei 25 miliardi con una mano il governo li ha presi, con l’altra li ha restituiti con gli sgravi, cioè il taglio del cuneo ai redditi più bassi», aveva spiegato Leonardi recentemente. «Ma non agli stessi contribuenti: sopra i 35mila euro ci hanno perso». Il fiscal drag dunque continua ad agire solo sui lavoratori dipendenti e sui pensionati sottoposti all’Irpef progressiva.
Due velocità nel fisco italiano
Mentre una parte crescente degli altri redditi beneficia di regimi sostitutivi o flat tax. È qui che il sistema rivela la sua iniquità strutturale. I lavoratori dipendenti e i pensionati subiscono il fiscal drag perché sottoposti all’Irpef progressiva, dove ogni aumento nominale del reddito li spinge a scaglioni non indicizzati. Ma i titolari di partita Iva, i professionisti con regime forfettario, i contribuenti in regime sostitutivo, loro no. Per loro gli scaglioni non esistono o sono bloccati a percentuali fisse.
È una forma di regressione fiscale mascherata da modernizzazione. Più il tempo passa, più il sistema colpisce chi ha meno capacità di difesa: il lavoratore dipendente che non può negoziare il contratto individuale, il pensionato che vive di rendita fissa.
L’alleato involontario del governo
Ecco perché il nuovo aumento dei prezzi può diventare un alleato involontario proprio alla vigilia di una manovra elettorale. Non significa che il drenaggio da 8-13 miliardi stimato si traduca automaticamente in risorse disponibili da spendere. Significa però che l’inflazione genera maggiore prelievo senza bisogno di aumentare le aliquote. E questo maggiore gettito aiuta i conti pubblici.
Il governo può annunciare tagli alle tasse, come Giorgetti sta facendo con l’Irpef al 33% fino a 60mila euro. Ma il fiscal drag, nel frattempo, ha già fatto il suo lavoro sporco. Ha già tolto dalle tasche degli italiani più di quanto il governo restituirà con i suoi tagli. È la magia della contabilità elettorale: puoi promettere riduzioni fiscali e mantenere i conti pubblici in equilibrio, tutto contemporaneamente, mentre l’inflazione fa il lavoro invisibile.
I calcoli sono prudenti
I calcoli di Leonardi e Rizzo, peraltro, sono prudenti. Considerano soltanto redditi da lavoro dipendente e pensioni, circa l’85% del gettito Irpef, e lasciano fuori le addizionali regionali e comunali. Il modello è stato verificato anche ipotizzando un’inflazione al 2%: produce 3,18 miliardi di fiscal drag, praticamente gli stessi 3,2 miliardi stimati dall’Ufficio parlamentare di bilancio.
Oramai le metodologie per isolare il virus sono consolidate. Economisti di diverse scuole di pensiero concordano sul fenomeno. Non è una scoperta nuova. Non è polemica o interpretazione. È un fatto misurabile, verificabile, prevedibile. Ora va stroncato. Altrimenti, il governo taglia. L’inflazione riprende. E il ciclo ricomincia, come in un Giorno della Marmotta fiscale.