Mario Monti è tornato. E il suo rientro sulla scena pubblica non poteva che cominciare da dove si è sempre sentito più a suo agio: l’analisi dei grandi equilibri internazionali e il giudizio sulla classe dirigente italiana. L’ex presidente del Consiglio ha puntato il dito contro Giorgia Meloni con parole che non lasciano spazio a interpretazioni, concentrando le sue critiche sulla politica estera del governo e sul rapporto costruito negli anni con Donald Trump.
“Eccessiva vicinanza a Trump”: la critica di fondo

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Il cuore dell’analisi di Monti è uno: Meloni ha sbagliato nel coltivare un rapporto così stretto con Trump, senza mantenere la distanza critica che un leader europeo avrebbe dovuto conservare. Secondo l’ex premier, questo atteggiamento non solo non ha rafforzato la posizione italiana, ma ha contribuito ad alimentare dinamiche che oggi rischiano di ritorcersi contro i Paesi europei stessi.
Il ragionamento è lineare. Trump non è mai stato un alleato affidabile per l’Europa — ha dimostrato in più occasioni di considerare l’Unione europea un avversario commerciale e politico più che un partner. Legarsi troppo strettamente alla sua figura, presentarsi come la sua principale interlocutrice europea, significa condividerne anche le cadute. E le cadute, in questi mesi, non sono mancate.
L’Italia poteva giocare un ruolo diverso
La critica di Monti non si ferma alla diagnosi. Va anche alla mancata opportunità. L’Italia, a suo avviso, avrebbe potuto giocare un ruolo ben diverso: più autonomo, più incisivo, capace di usare il proprio peso specifico all’interno dell’Unione europea per costruire una linea comune più solida nei confronti di Washington.
Invece di essere percepita come la portavoce del MAGA in Europa, Roma avrebbe potuto porsi come un punto di equilibrio tra le posizioni più rigide dei partner nordeuropei e le esigenze dei Paesi del Mediterraneo. Un ruolo che la storia e la geografia assegnerebbero naturalmente all’Italia, ma che il governo Meloni avrebbe scelto di non interpretare.
“Le scelte di politica estera presentano sempre un conto”
Il passaggio più netto dell’intervento di Monti riguarda le conseguenze. Le decisioni prese in questi anni — l’avvicinamento a Trump, il sostegno ai movimenti sovranisti europei, l’ambiguità su alcuni dossier chiave — avranno un prezzo, economico e diplomatico. Un prezzo che, secondo l’ex premier, è già cominciato a manifestarsi con la rottura pubblica tra Trump e Meloni, e che potrebbe appesantirsi nei mesi a venire.
Il messaggio è diretto e senza attenuanti: chi fa certe scelte in politica estera non può sorprendersi quando arriva il momento di saldare il conto. E il momento, per Meloni, sembra essere adesso.
Un ritorno sulla scena che dice molto
Non è casuale che Monti abbia scelto questo preciso momento per tornare al dibattito pubblico. La crisi tra Meloni e Trump, le polemiche sul referendum sulla giustizia, le tensioni interne alla maggioranza e un’opposizione che cerca una direzione: è uno scenario che invita chi ha qualcosa da dire a dirlo. E Monti, evidentemente, aveva molto da dire. Il suo intervento è destinato a fare rumore. Se avrà effetti concreti sul dibattito politico italiano è un’altra questione. Ma ignorarlo sarà difficile.