domenica, Giugno 21

Meloni, la decisione su Trump: “Non possiamo permettercelo”

C’è una data che, più di ogni dichiarazione, dirà se la frattura tra Roma e Washington è destinata a sanarsi: il vertice Nato di Ankara, in programma il 7 e l’8 luglio. È lì che Giorgia Meloni e Donald Trump dovrebbero ritrovarsi faccia a faccia, dopo una settimana di colpi durissimi. E proprio in vista di quell’appuntamento il governo italiano avrebbe scelto di cambiare passo, archiviando lo scontro frontale per tentare la via della distensione.

Il cambio di passo del governo

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Rientrata a Roma, la presidente del Consiglio avrebbe trasmesso ai suoi un messaggio inequivocabile: basta polemica pubblica. Dopo la replica alle parole del presidente americano — ritenuta a Palazzo Chigi necessaria per tutelare le istituzioni — la priorità sarebbe ora impedire che il caso degeneri in una crisi istituzionale duratura. A sintetizzare questa volontà sarebbe la frase attribuita alla premier, “non tornerò più sull’argomento”, interpretata come una scelta consapevole di non gettare altra benzina sul fuoco.

Perché Roma non può rompere con Washington

Dietro la prudenza non c’è soltanto galateo diplomatico, ma una valutazione di interessi concreti. Tra i due Paesi si muove un interscambio commerciale superiore ai cento miliardi di euro; a questo si aggiungono il peso delle basi statunitensi sul territorio italiano e la fitta cooperazione militare nell’ambito della Nato. Un reticolo di legami che rende ogni strappo potenzialmente costoso. Per quanto il braccio di ferro abbia spinto la premier al centro della scena interna, nella sua cerchia prevarrebbe una convinzione netta: nessun guadagno di consenso varrebbe il prezzo di un danno strutturale all’alleanza atlantica.

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Il segnale del 4 luglio e la mossa di Tajani

Il primo banco di prova della nuova strategia riguarda le celebrazioni del 4 luglio. All’indomani delle frasi di Trump, una parte della maggioranza aveva ventilato la possibilità di disertare il ricevimento dell’ambasciata americana a Villa Taverna. Un’ipotesi che sarebbe ormai tramontata: l’esecutivo avrebbe deciso di assicurare la propria presenza all’appuntamento. Nella stessa direzione va letta la scelta del ministro degli Esteri Antonio Tajani che, dopo essersi confrontato con la premier, avrebbe sentito al telefono il segretario di Stato Marco Rubio, ribadendo l’intenzione di tenere vivo il canale del dialogo.

Il Quirinale segue la vicenda

A osservare con attenzione gli sviluppi sarebbe anche il Quirinale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe espresso inquietudine per la piega assunta dalla vicenda, condividendo l’esigenza di scongiurare la rottura con gli Stati Uniti senza però sacrificare la dignità delle istituzioni nazionali. Un equilibrio sottile, che spetterebbe ora a Palazzo Chigi custodire nelle settimane decisive.

Lo stop alla missione nello Stretto di Hormuz

La cautela si estenderebbe anche al dossier Stretto di Hormuz. L’esecutivo stava preparando, per i primi giorni di luglio, il passaggio parlamentare sull’impiego dei cacciamine italiani nell’area; nelle ultime ore, però, sarebbe arrivata l’indicazione di frenare. A pesare sarebbero tanto l’instabilità mediorientale quanto l’opportunità di attendere chiarezza sui rapporti con Washington prima di muovere ulteriori pedine sul piano operativo.

Cosa cambia adesso

Il quadro che emerge è quello di un governo che, esaurita la stagione dello scontro, prova a ricondurre la partita su un terreno istituzionale. Il vero test, però, resta il vertice di Ankara: un incontro che si annuncia carico di significato e che potrebbe dire molto più di qualsiasi comunicato. Da quel faccia a faccia passerà, con ogni probabilità, la possibilità di voltare pagina o di consolidare una distanza che nessuno, a Roma, sembra voler trasformare in rottura definitiva.

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