lunedì, Marzo 23

Referendum giustizia, Meloni tra trionfo e crisi: cosa succede a Palazzo Chigi nelle ore decisive

C’è una frase che rimbalza nelle chat del governo, quando su Roma cala il buio e i dati delle 19 promettono una partecipazione da record. È quella pronunciata due settimane fa da Ignazio La Russa, considerato nel centrodestra il massimo esperto di numeri e sistemi elettorali: “L’esito del referendum avrà una valenza politica comunque, ma dipenderà anche da quanti la esprimeranno. Se andrà a votare una cifra vicino al 50% avrà un senso, ma sotto il 45% ne avrà un altro.” Era il 10 marzo. Nessuno avrebbe potuto immaginare l’impennata che si stava preparando.

Gli sherpa meloniani speravano in un’alta affluenza per vincere e avevano fissato nel 48-50% la soglia di sicurezza. Ma con i numeri che arrivano — che già alle 19 sfiorano il 39% e puntano al 60% finale — il ragionamento si complica. Il dato della partecipazione al Nord rassicura la premier. Quello dell’Emilia Romagna la preoccupa. E ai vertici del governo si ammette: se un testa a testa potrebbe avere un effetto relativamente contenuto, una vittoria netta di uno dei due contendenti — con questa partecipazione — scuoterebbe profondamente le coalizioni.

Se vince il Sì: legge elettorale, premierato e controllo assoluto della coalizione

Un trionfo del Sì, questo è il piano di Palazzo Chigi, significherebbe molto più di una riforma della giustizia approvata. Significherebbe per Meloni accelerare verso la nuova legge elettorale, senza vincoli e senza freni dagli alleati. Significherebbe rispolverare l’opzione del premierato. Di più: avrebbe in mano l’intera coalizione e sarebbe lei a dettare i tempi del ritorno alle urne. La stima informale tra i suoi, venerdì scorso, ipotizzava che la campagna martellante degli ultimi giorni — con la premier in prima linea per il Sì — avrebbe potuto valere almeno tre punti percentuali in più.

Ma c’è anche l’altro scenario — quello che comincia a fare capolino nelle conversazioni riservate del governo. Se prevalesse il No, gli alleati potrebbero frenare proprio sulla riforma elettorale. L’idea di garantirsi un pareggio avrebbe presa. E nulla, neanche un voto anticipato di qualche mese, potrebbe essere escluso per evitare un doloroso logoramento.

Delmastro traballa, Bartolozzi a rischio: le teste che potrebbero cadere

Indipendentemente dall’esito, Meloni sa che dovrà affrontare la gestione del rapporto con il mondo della magistratura dopo uno scontro violentissimo. E che, se il Sì dovesse prevalere, la scrittura delle leggi e dei decreti attuativi necessari per tradurre la riforma difficilmente potrebbe avvenire con l’attuale squadra di via Arenula. Più ancora di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Carlo Nordio, traballa la posizione del viceministro alla Giustizia Andrea Delmastro: troppo esposto dalle recenti rivelazioni, considerato ai vertici del melonismo ormai comunque in bilico nel suo ruolo di governo.

Vittoria o sconfitta, scenari trionfali o precipizio: tutto in uno scrutinio che diventerebbe anche premessa del prossimo voto politico e della scelta del prossimo capo dello Stato. L’importante, spiegano a Palazzo Chigi, è evitare il peggior scenario possibile — quello in cui l’onda lunga della partecipazione non è altro che l’astensionismo che cambia idea per colpire il governo. Alle 15 si scopre tutto.

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