Non succede spesso che l’Aula della Camera si trasformi in qualcosa che assomiglia più a una piazza in rivolta che a un’istituzione parlamentare. È successo oggi, martedì 21 aprile, durante la discussione sul decreto Sicurezza. Dopo il voto sulle questioni pregiudiziali — respinte — i deputati delle opposizioni hanno abbandonato i loro banchi e occupato quelli del governo, circondando le postazioni normalmente riservate ai ministri. La protesta ha avuto un protagonista simbolico: Arturo Scotto, che si è seduto tra i banchi dell’esecutivo. Il vicepresidente di turno Fabio Rampelli lo ha prima richiamato all’ordine, poi espulso dall’Aula. I lavori sono stati sospesi tra urla e tensioni.
Perché è esplosa la protesta
Il detonatore è la norma più contestata del decreto: l’articolo 30-bis, che prevede un compenso di 615 euro per gli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio volontario dei migranti. Il Quirinale ha fatto sapere che quella norma così com’è non può essere firmata. Le opposizioni avevano chiesto il rinvio del decreto in commissione per modificarla. La Camera ha respinto la richiesta. E a quel punto le opposizioni hanno deciso di alzare il livello della protesta in modo visivo e dirompente.
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“Quello che è accaduto è di una gravità straordinaria”, ha detto la deputata dem Chiara Braga, sintetizzando il clima di una giornata parlamentare che difficilmente verrà dimenticata in fretta.
Mentre la Camera votava le pregiudiziali di costituzionalità sul decreto Sicurezza, le opposizioni hanno accerchiato, occupandoli, i banchi del governo. “Non potete bloccare i lavori del Parlamento, liberate i banchi del governo”, ha detto il presidente di turno Fabio Rampelli pic.twitter.com/Mrzi4zwY6q
— L’Espresso (@espressonline) April 21, 2026
Piantedosi prova a placare: “Ci predisponiamo a una correzione”
A intervenire per il governo è stato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha cercato di rassicurare l’Aula: “Abbiamo preso atto di alcune sensibilità su un punto specifico della norma e ci predisponiamo a una sua correzione”. Un invito a votare comunque il decreto, con la promessa implicita che la correzione arriverà dopo, attraverso un decreto correttivo ad hoc.
Piantedosi ha anche difeso la sostanza della norma, ricordando che i rimpatri volontari assistiti non sono un’invenzione del governo attuale ma strumenti già previsti da oltre dieci anni nell’ordinamento italiano ed europeo. Una difesa che però non ha convinto le opposizioni, le quali non contestano il principio dei rimpatri volontari ma il meccanismo incentivante per gli avvocati, ritenuto lesivo dell’autonomia della difesa.
Il nodo delle coperture e i rilievi della Ragioneria
Il quadro si complica ulteriormente per i rilievi della Ragioneria dello Stato, che ha sollevato dubbi sulla mancanza di coperture finanziarie per diverse norme del decreto — non solo quella sui rimpatri. In Commissione Bilancio la discussione è ancora in corso. La deputata del Pd Maria Cecilia Guerra ha parlato di “questioni di legittimità costituzionale ancora aperte”, aggiungendo un elemento di pressione istituzionale che va oltre la semplice polemica politica.
La linea del governo: tirare dritto e correggere dopo
La strategia del governo è ormai definita: approvare il decreto così com’è con la questione di fiducia, inclusa la norma contestata, e poi varare un decreto correttivo in Consiglio dei ministri per sistemare i profili di incostituzionalità. Giovanni Donzelli ha escluso modifiche immediate nel testo: “Poi vedremo se ci sono aggiustamenti tecnici”.
È una scelta rischiosa perché espone il governo alla possibilità concreta che il Quirinale non firmi il decreto nella sua forma attuale. Ma la scadenza del 25 aprile — giorno della Liberazione — non lascia alternative praticabili che non richiedano un doppio passaggio parlamentare in tempi impossibili.
Un clima incandescente, un esito ancora incerto
La giornata parlamentare del 21 aprile 2026 ha prodotto immagini che difficilmente escono dalla memoria: l’Aula occupata, un deputato espulso, i lavori sospesi, ministri circondati da parlamentari dell’opposizione seduti ai loro banchi. Tutto su una norma da 615 euro per gli avvocati. Un numero piccolo per una crisi istituzionale che piccola non è.