A dirigere questa corsa all’immortalità sono due figure tutt’altro che casuali. La prima è Maria Vorontsova, figlia di Putin ed endocrinologa, a capo dei programmi genetici di Stato. La seconda è Mikhail Kovalchuk, fisico, direttore del sovieticissimo Istituto di ricerca nucleare Kurchatov e fratello del banchiere che è tra gli amici personali più stretti del presidente. Kovalchuk stesso, parlando con i media russi, ha usato parole che la dicono lunga sulle ambizioni del progetto: “È difficile parlare di immortalità, ma la capacità di riparare l’uomo aumenterà senza dubbio.”
La scelta di affidare un programma scientifico così delicato a familiari e fedelissimi del presidente piuttosto che ai migliori scienziati disponibili racconta molto sulla natura reale dell’iniziativa. Non è un programma di ricerca aperto al mondo: è un progetto di potere, gestito come tale.
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L’ossessione russa per la longevità: una tradizione secolare
L’ambizione di Putin non nasce dal nulla. Affonda le radici in una lunga tradizione russa che ha sempre guardato alla morte come a un problema tecnico da risolvere. Il filosofo ottocentesco Nikolai Fëdorov, padre del cosmismo russo, credeva che il compito dell’umanità fosse la cosiddetta “causa comune”: sconfiggere la morte e resuscitare i padri tramite la scienza. Una mistica collettivista che Putin ha privatizzato a beneficio di un’élite di settantenni le cui facce si ripetono nelle fotografie del potere da venticinque anni.
I precedenti storici, però, non sono incoraggianti. Negli anni Venti, Alexander Bogdanov sperimentava trasfusioni di sangue ringiovanenti sotto lo sguardo di Lenin: morì a 55 anni. Un decennio dopo, Oleksandr Bogomolets aveva convinto Stalin che l’uomo potesse arrivare a 150 anni di vita: ne visse 65. Nel 2018 Putin stesso consigliò al cancelliere austriaco Sebastian Kurz l’uso di una camera criogenica a meno 112 gradi. Il suo “gerontologo personale”, Vladimir Khavinson, soprannominato così dai media russi, somministrava al presidente peptidi derivati da tessuto di vitello e sosteneva, Bibbia alla mano, che l’uomo fosse destinato a vivere 120 anni. Khavinson è morto nel 2024, a 77 anni.
Il paradosso russo: immortalità per pochi, morte prematura per tutti
C’è una contraddizione profonda al cuore di questo progetto da miliardi. Mentre il Cremlino finanzia programmi per trapiantare organi coltivati in laboratorio e modificare geneticamente il processo di invecchiamento, l’aspettativa di vita media di un uomo russo è ferma a 68 anni: dieci in meno rispetto a un americano, oltre dodici in meno rispetto a un europeo occidentale. Longevità tecnologica per la corte, mortalità ordinaria per il Paese.
Alexander Ostrovskiy, pioniere russo della biostampa fuggito in Occidente dopo l’aggressione a Kiev, ha liquidato senza mezzi termini la ricerca prodotta in patria: “Se non ci sono pubblicazioni, non ci sono risultati. Dicono a Putin ciò che vuole sentirsi dire per ottenere i finanziamenti.” E sulle sanzioni che hanno tagliato fuori la Russia dalla comunità scientifica internazionale: “È impossibile fare scienza in isolamento.” Un giudizio durissimo che solleva il dubbio più inquietante di tutti: e se il piano da 26 miliardi fosse, in fondo, solo l’ultimo capitolo di una lunga storia di profeti della longevità russa che hanno promesso l’eternità e sono morti prima del previsto?
Putin e i miliardari della Silicon Valley: stessa ossessione, approcci diversi
Il sogno di Putin non è così diverso da quello che coltivano da anni i grandi nomi della Silicon Valley. Jeff Bezos, Peter Thiel e Sam Altman finanziano laboratori di ricerca sull’invecchiamento, assumono i migliori gerontologi del mondo e acquistano tempo con i loro miliardi. Ma lo fanno da consumatori privati, non da sovrani. Putin lo persegue come una questione di sicurezza nazionale: se il suo corpo cede, lo Stato costruito intorno alla sua persona rischia di fermarsi. La sua morte è l’unica minaccia che il regime non ha imparato a neutralizzare. Ed è per questo che 26 miliardi non sono mai sembrati pochi.