Secondo la giornalista, il sistema mediatico del 2026 è radicalmente diverso da quello di quasi vent’anni fa e rende impossibile paragonare le due situazioni.
“Un processo popolare permanente”
Lucarelli evidenzia come oggi milioni di persone partecipino attivamente alla costruzione del dibattito pubblico attraverso video, commenti, condivisioni e analisi pubblicate online.
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Un fenomeno che, a suo giudizio, contribuisce a creare una sorta di processo parallelo che si sviluppa sui social ben prima di qualsiasi eventuale decisione della magistratura.
La giornalista parla di una dinamica alimentata dagli algoritmi e dalla ricerca costante di visibilità, nella quale il sospetto rischia di trasformarsi rapidamente in una condanna sociale agli occhi dell’opinione pubblica.
Le critiche a media e opinionisti
Nel suo lungo intervento, Lucarelli riserva parole particolarmente dure anche nei confronti di alcuni programmi televisivi, giornalisti, commentatori e creator digitali che da mesi seguono il caso Garlasco.
Secondo la sua analisi, in alcuni casi sarebbero state diffuse ipotesi, suggestioni e ricostruzioni prive di adeguati riscontri, contribuendo ad alimentare ulteriormente il clima di forte esposizione mediatica attorno all’indagine.
La giornalista sostiene inoltre che il vero tema non sia scegliere tra Stasi e Sempio, ma interrogarsi sul modo in cui l’informazione affronta vicende giudiziarie ancora aperte e sulle conseguenze che questo approccio può avere sulle persone coinvolte.
“Da Garlasco non si torna indietro”
Il messaggio si conclude con una riflessione più ampia sul rapporto tra giustizia, media e opinione pubblica nell’era digitale.
Per Selvaggia Lucarelli il caso Garlasco rappresenta uno spartiacque destinato a lasciare conseguenze durature nel modo di raccontare la cronaca nera in Italia. Una vicenda che, a suo avviso, dovrebbe spingere il mondo dell’informazione a interrogarsi sui limiti del racconto mediatico e sul significato stesso della parola garantismo.