Partiamo dal centrodestra, che guida ancora con ampio margine ma non può dirsi soddisfatto di questa rilevazione. Fratelli d’Italia perde mezzo punto percentuale e si attesta al 28,8%: un calo contenuto, che non intacca la leadership assoluta del partito di Meloni, ma che segnala comunque una pressione costante sui consensi. La Lega è la forza che soffre di più nell’area di governo, con un -0,6 che la porta al 6,5%: un risultato che alimenta le tensioni interne tra chi vorrebbe una linea più netta sulla guerra e chi teme le conseguenze elettorali di posizioni troppo esposte. Forza Italia cede quattro decimi e scende all’8,7%, mentre piccoli segnali positivi arrivano da Futuro Nazionale (+0,2, al 3,2%) e Noi Moderati (+0,1, all’1,1%), partiti minori della coalizione che sembrano beneficiare di un effetto di voto di opinione in una fase di instabilità.
Nel campo del centrosinistra, il Partito Democratico cede anch’esso mezzo punto e scende al 21,6%: un risultato che mantiene il partito di Schlein saldamente al secondo posto nella classifica generale, ma che non consegna quella crescita che molti nel PD si aspettavano in una fase in cui il governo è sotto pressione su più fronti. L’Alleanza Verdi Sinistra invece cresce di tre decimi e si porta al 6,7%, confermando un trend positivo che dura da diverse settimane e che potrebbe essere alimentato dalla posizione critica della sinistra sulla guerra in Iran.
Il dato più interessante dell’intera rilevazione riguarda però il Movimento 5 Stelle, che con un +0,6 si porta al 12,4% e si conferma come la forza più dinamica dell’intero panorama politico in questo momento. Un recupero che segue settimane di posizioni molto nette di Conte sulla crisi iraniana e sulle basi americane in Italia — temi su cui i sondaggi interni ai partiti segnalano una forte sensibilità dell’opinione pubblica, con circa l’80% degli italiani contrari a qualsiasi coinvolgimento nel conflitto.
Difficoltà persistenti, infine, per il polo centrista. Sia Azione (3,3%, -0,1) che Italia Viva (2,2%, -0,2) continuano a perdere pezzi, confermando un momento di stagnazione per l’area liberale che fatica a trovare un posizionamento chiaro in una fase dominata dai grandi temi di politica estera e sicurezza. +Europa resta stabile all’1,6%.
| Partito | Consenso | Variazione |
|---|---|---|
| Fratelli d’Italia | 28,8% | -0,5 |
| Partito Democratico | 21,6% | -0,5 |
| Movimento 5 Stelle | 12,4% | +0,6 |
| Forza Italia | 8,7% | -0,4 |
| Alleanza Verdi Sinistra | 6,7% | +0,3 |
| Lega | 6,5% | -0,6 |
| Azione | 3,3% | -0,1 |
| Futuro Nazionale | 3,2% | +0,2 |
| Italia Viva | 2,2% | -0,2 |
| +Europa | 1,6% | = |
| Noi Moderati | 1,1% | +0,1 |
Referendum giustizia: quorum a rischio e il No avanza
Accanto al quadro dei partiti, i dati Ipsos sul referendum sulla giustizia meritano un’attenzione particolare. La consultazione — che si avvicina con un contesto mediatico dominato dalla guerra in Iran — fatica ad accendere l’interesse degli italiani. Il livello di informazione cresce di soli quattro punti rispetto a febbraio: poco più del 50% degli elettori si considera almeno abbastanza informato sulla materia referendaria, ma la quota dei cosiddetti “molto informati” resta ferma a un misero 10%. Un dato che racconta quanto la campagna referendaria stia faticando a bucare l’agenda pubblica in un momento dominato da scenari di guerra e crisi energetica.
L’importanza attribuita dagli italiani alla consultazione scende leggermente, attestandosi al 58%. Un calo che si riflette direttamente nelle stime di partecipazione: la previsione ragionevole elaborata da Ipsos si colloca al 42% degli aventi diritto — una cifra che, se confermata, renderebbe il referendum nullo per mancato raggiungimento del quorum del 50%+1. La partecipazione massima ipotizzabile ad oggi, tenendo conto di tutti gli indicatori disponibili, si avvicinerebbe al 49%: ancora insufficiente, ma abbastanza vicina da rendere la partita tutt’altro che chiusa.
Sì o No: i due scenari possibili
Sul fronte delle intenzioni di voto, la tendenza è chiara e in movimento. Nello scenario con partecipazione al 42%, i Sì si fermerebbero al 47,6% — perdendo 1,8 punti rispetto al sondaggio di febbraio — mentre i No salirebbero al 52,4%, con un incremento speculare. Un vantaggio del No tutt’altro che trascurabile, che segnala come il messaggio delle opposizioni contrarie alla riforma stia attecchendo tra gli elettori più motivati a partecipare.
Lo scenario cambia sensibilmente nel caso di una partecipazione più elevata, intorno al 49%: in questo caso ci si troverebbe sul filo della parità, con i Sì al 50,2% e i No al 49,8%. Una differenza di quattro decimi di punto che renderebbe ogni singolo voto determinante. È questo il motivo per cui sia i promotori del referendum che i contrari stanno moltiplicando gli sforzi di mobilitazione nelle ultime settimane: la partita è ancora aperta, ma il tempo stringe.
















