La sentenza della Corte Europea: cos’ha stabilito
Con la sentenza Ferrieri e Bonassisa c. Italia dell’8 gennaio 2026, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Nel mirino sono finiti gli articoli 32 del DPR 600/1973 e 51 del DPR 633/1972, le norme che consentono al Fisco di accedere ai dati bancari dei contribuenti nell’ambito degli accertamenti IRPEF e IVA.
Secondo i giudici europei, il problema non è l’obiettivo — la lotta all’evasione fiscale è legittima — ma il modo in cui questo potere viene esercitato. La normativa italiana non delimita con precisione i casi, le condizioni e i limiti di questi accessi. Non impone una motivazione obbligatoria e proporzionata. Le autorizzazioni rimangono interne all’Agenzia delle Entrate stessa, firmate da dirigenti dello stesso ente, senza alcun vaglio preventivo da parte di un’autorità giudiziaria indipendente. Un sistema, in sostanza, che si controlla da solo.
I contribuenti scoperti anni dopo: l’onere della prova rovesciato
Uno degli aspetti più gravi evidenziati dalla Corte riguarda le modalità con cui i contribuenti vengono a conoscenza delle indagini a loro carico. Come nel caso dei due ricorrenti, i cittadini vengono spesso avvisati dalle banche solo a cose fatte, senza possibilità di opporsi prima che l’intrusione produca effetti irreversibili. In molti casi l’indagine viene scoperta anni dopo, con l’arrivo dell’avviso di accertamento.
A quel punto il contribuente si trova a dover giustificare ogni singolo movimento bancario, anche risalente a molto tempo prima, con un onere della prova invertito e gravoso. I dati bancari rivelano abitudini, relazioni, scelte di vita: la loro acquisizione senza adeguate garanzie costituisce, secondo la Corte, un’interferenza sproporzionata nella sfera privata dei cittadini.
La Cassazione recepisce la sentenza: accertamenti a rischio annullamento
Gli effetti della pronuncia si sono fatti sentire rapidamente anche in Italia. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2510/2026 depositata il 5 febbraio 2026, ha già recepito la sentenza CEDU in un contenzioso tributario pendente: ha rimesso le parti a nuova udienza per consentire il contraddittorio sulla rilevanza della pronuncia sovranazionale, aprendo concretamente la strada a possibili annullamenti di accertamenti basati su indagini ritenute illegittime per mancanza di garanzie procedurali.
Si tratta di un precedente significativo. Significa che i contribuenti attualmente impegnati in contenziosi con il Fisco potrebbero avere nuove armi a disposizione per contestare la legittimità degli accertamenti ricevuti, qualora questi si basino su indagini bancarie condotte senza le garanzie ora richieste dalla Corte europea.
Cosa deve cambiare: la riforma che l’Italia è obbligata a fare
La sentenza non si limita a condannare l’Italia per i casi specifici dei due ricorrenti: impone una riforma strutturale del sistema. L’Italia dovrà introdurre limiti chiari e precisi all’accesso ai dati bancari, motivazioni dettagliate e proporzionate per ogni indagine, controlli giurisdizionali preventivi o comunque efficaci, e strumenti di ricorso reali per i cittadini che si ritengono lesi.
Una riforma tutt’altro che semplice, che toccherà in profondità il modo in cui l’Agenzia delle Entrate opera da decenni. E che potrebbe ridisegnare i rapporti tra Fisco e contribuenti in modo significativo, restituendo ai cittadini garanzie che la Corte europea ha stabilito essere diritti fondamentali, non privilegi.
















