I funerali di Umberto Bossi all’abbazia di San Giacomo a Pontida si sono trasformati in qualcosa di più di una cerimonia funebre. Sono stati uno specchio — impietoso e potente — di ciò che è rimasto della Lega delle origini e di quanto si è trasformata negli anni di Salvini. Il feretro del fondatore è arrivato accompagnato dal suono delle cornamuse, accolto da un grande applauso dei militanti e dal coro “Bossi, Bossi. Grazie Umberto”. Sulla bara fiori bianchi e la bandiera della Lega con il sole delle Alpi.

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Ma i momenti più carichi di significato politico sono arrivati dopo la cerimonia, quando la piazza di Pontida ha dato voce a sentimenti che dentro la Lega ufficiale non trovano più spazio. Al termine del funerale centinaia di militanti hanno scandito il coro “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Poi “Padania libera”, ripetuta più volte. Poi “Secessione, secessione” all’arrivo della premier Giorgia Meloni, accompagnata dal vicepremier Antonio Tajani. La presidente del Consiglio è stata accolta da qualche applauso prima di entrare in chiesa — ma il coro era inequivocabile.
“Molla la camicia verde, vergogna”: i cori contro Salvini
Il momento più clamoroso della giornata è stato quello che ha riguardato direttamente Matteo Salvini. Mentre il segretario della Lega saliva i gradini dell’abbazia di San Giacomo, i militanti del Partito Popolare per il Nord — promosso da Roberto Castelli — gli hanno urlato: “Molla la camicia verde, vergogna.” Un attacco durissimo, in un luogo e in un giorno che avrebbero dovuto essere di unità. Salvini si era presentato ai funerali indossando proprio una camicia verde — il colore simbolo della Lega delle origini — ma non è bastato a placare chi lo considera l’artefice del tradimento dell’eredità di Bossi.
Sul sagrato si erano fermati anche Giancarlo Giorgetti — con la cravatta verde — Luca Zaia e Attilio Fontana, ai quali la piazza ha tributato applausi. Zaia e Giorgetti si sono abbracciati all’arrivo. Presenti anche il ministro Roberto Calderoli, il capogruppo alla Camera Roberto Molinari, il presidente della provincia di Trento Maurizio Fugatti e l’ex europarlamentare Mario Borghezio, con il fazzoletto verde al collo. L’ex ministro Roberto Castelli è stato accolto dalla folla con un applauso.
Castelli: “La Lega di Salvini ha tradito l’eredità di Bossi”
Le parole più pesanti della giornata sono arrivate da Roberto Castelli, promotore del Partito Popolare del Nord: “Quella di Bossi è una eredità tradita. Mi auguro che la giornata di oggi possa essere un punto di partenza per quel popolo della Lega che non si riconosce più nella politica centralista di questo nuovo partito, che è un’altra cosa.”
E ancora: “C’è una questione settentrionale da riprendere in mano con più vigore. La Lega di Salvini non è la Lega che si vede qui oggi, è un’altra cosa. Ha mantenuto il nome, ma solo quello.” Parole che riassumono il sentimento di una parte del popolo leghista delle origini — quello che ha fatto le prime tessere, che è venuto a Pontida per decenni, che non si riconosce nella Lega nazionale e sovranista di Salvini. E che oggi, ai funerali del suo fondatore, ha scelto di dirlo ad alta voce.
Il momento dei cori: “Bruciamo il tricolore” e Giorgetti che chiede calma
Mentre i militanti scandivano il coro sul tricolore da bruciare, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha preso il microfono e ha chiesto “per cortesia” di placarsi, per consentire al parroco di recitare l’eterno riposo. Un momento emblematico: uno dei rappresentanti più istituzionali della Lega di governo costretto a chiedere calma alla base storica del partito, nel giorno dell’addio al fondatore. Pontida ha detto molte cose oggi — e non tutte riguardavano Umberto Bossi.